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IL CAMMINO DEL GUERRIERO
di Van
Nota Preliminare
Quello che mi accingo a scrivere è un racconto su Final Fantasy. Ho deciso di scriverlo poiché FF7, FF8 e FF10 sono tre giochi che io trovo grandiosi, come del resto tutta la saga, e mi è venuta in mente questa idea. La storia è inventata da me, ma ho inserito i personaggi dei tre episodi e, sebbene abbiano vesti e ruoli leggermente differenti, ho cercato di fare in modo che richiamassero alla mente i giochi a cui mi ispiro. Stessa cosa per il mondo in cui è ambientata la storia e le situazioni che i protagonisti si troveranno a vivere. Spero vi piaccia. Ah, per i nomi ho usato quelli delle versioni in inglese.
Van
Nota sul Copyright
Se proverete a copiare qualsiasi cosa di questo racconto, vi perseguiterò per il resto dei vostri giorni.
Vi ruberò il cibo dal frigorifero di notte, aprirò i rubinetti dell'acqua per allagare la casa, farò sparire i vostri fratellini e sorelline (.....ah no, così vi faccio un piacere!).......vi manderò mio fratello in casa (questa sì che è una punizione) e metterò il vostro gatto in lavatrice quando meno ve lo aspettate. Non avete il gatto? Ci metto la mamma.
Post Nota: Penso che aggiungerò anche altri cose di altri Final Fantasy, ma è tutto da vedere. Per altro non li ho giocati tutti, e certe informazioni sono solo ricavate da Internet. Perdonate eventuali errori.
PARTE PRIMA
PROLOGO
Gli alberi si aprirono all’improvviso e la figura solitaria potè ammirare davanti a sé l’immensità della Grande Distesa. L’uomo era molto alto e portava un lungo mantello nero con cappuccio; questo era talmente ampio che nascondeva sia il volto dell’uomo, sia i suoi abiti. Certo, in quei territori si incontrava poca gente, ma desiderava che i pochi che per caso avesse incontrato non lo riconoscessero. Dopo tutto cosa avrebbero pensato a vederlo andare in quei luoghi? Se lo avessero scorto la voce si sarebbe sparsa in fretta e i suoi superiori avrebbero scoperto cosa stava facendo; e questo non poteva permetterlo.
La Grande Distesa era un territorio desertico, piatto per centinaia e centinaia di chilometri, costellato solo da rocce erratiche, fenditure nel terreno, sabbia. C’erano solo due cose degne di nota in quei luoghi che ricoprivano tutta la parte centrale del continente: la Torre di Cristallo e la Città di Gongaga. Gongaga era uno squallido centro urbano sperduto da qualche parte nel deserto, un luogo di accattoni, malviventi, sgualdrine, ricoperto dalla polvere depositata da centinaia di tempeste di sabbia, dove la legge che vigeva era quella del più forte. La maggior parte della gente viveva in baracche di lamiere e l’unica attività veramente importante che ci fosse era il mercato nero. La Torre di Cristallo, invece, era qualcosa di diverso, che andava oltre la comprensione umana. Era alta almeno trecento metri e si poteva vedere da lontanissimo. Non si sapeva chi l’avesse costruita nè per quale ragione. L’unica cosa che si sapeva era che c’era sempre stata e che, stranamente, non vi era un modo per entrarvi. L’uomo incaoppucciato sorrise ripensando alla torre, mentre i suoi piedi calpestavano già la sabbia e gli alberi si allontanavano alle sue spalle. Ma quella non era la sua destinazione, per ora. Prima doveva andare a Gongaga.
Nel frattempo, molto più a nord, nella grande città tecnologica di Midgar, nel Palazzo Presidenziale della Corporazione Shinra, stava per avvenire una riunione di tutto il corpo manageriale della società. Reeve, assegnato al Progetto di Sviluppo Urbano, stava osservando l’immensa megalopoli dalla finestra del suo appartamento al sessantunesimo piano. Davanti a lui una distesa di palazzi e luci, treni che fischiavano, grattacieli, automobili, aeromobili, fumo, smog. E i reattori. <<E’ permesso?>> Reeve riconobbe la voce e fece una smorfia di disgusto. <<Entra pure…Hojo.>> <<Sbaglio o c’era del disprezzo nella tua ultima parola?>> disse Hojo aprendo la porta e avvicinandosi a Reeve. I due erano proprio diversi. Da una parte Reeve, ben vestito, alto, con un pizzetto veramente ben curato. Dall’altra uno scienziato, vestito con un camice sporco sotto al quale si notavano abiti scialbi, capelli mal curati con ciuffi ribelli ovunque, un po’ ingobbito, e un’espressione cinica costantemente presente dietro i suoi occhiali. Reeve si era girato appena. <<Allora, cosa sei venuto a dirmi?>> <<Oh, niente di importante….cioè, niente di relativo al lavoro. Ho solo pensato che potevamo ingannare l’attesa conversando un poco, visto che anch’io devo partecipare alla riunione.>> Certo che ci avrebbe partecipato, pensò Reeve. Hojo era il capo del Progetto per lo Sviluppo delle Nuove Scienze, il proseguitore delle opere del grande Gast, morto in circostanze misteriose alcuni anni prima. Tutta la nuova tecnologia basata sul Mako era stata inventata da quell’uomo geniale. E l’unico che avesse mai capito esattamente le sue teorie era quell’altro uomo geniale che ora si trovava nel suo appartamento. <<Non vedo il motivo per rifiutare.>> disse poi. Hojo arrivò al suo fianco, di fronte alla vetrata. <<Magnifico, non è vero?>> disse. <<Sì……certo.>> <<Non ne sembri molto convinto.>> <<Lo sai bene, non ne sono MAI stato convinto.>> <<Ma perché? Come puoi essere così ostinato. Guarda cosa ci ha dato il Mako. Laggiù milioni di persone vivono grazie ad esso.>> <<Sì, certo, ma si viveva anche prima del Mako, quando c’erano l’elettricità, e l’energia atomica.>> <<Sembra di sentire uno di quegli stupidi di Dollet, laggiù, in quel continente retrogado.>> <<Non sono diversi da noi. E Esthar, a nord del loro continente, è ancora più sviluppato. Senza avere il Mako.>> <<Certo>> sbottò Hojo. <<Hanno aereomobili, palazzi, legge, come noi. Ma il Mako è di più. Hanno forse il nostro esercito? Hanno forse il controllo sulla materia e sull’energia come lo abbiamo noi? Possono scatenare tempeste di fuoco solo con un fucile? Possono conferire ad un uomo il potere di superare i suoi limiti? No, io non credo.>> disse infine scuotendo la testa. <<Certo, abbiamo questo potere…ma perché? Da dove arriva il Mako? Non lo sappiamo. E che effetti può avere usato a lungo? Non lo sappiamo. Ricorda Hojo; tu stai giocando con una forza che potrebbe distruggerci tutti.>> Hojo era ormai arrabbiato.<<Basta con queste panzane. Meno male che non si doveva parlare di lavoro. Ci vediamo tra mezz’ora>> e se ne andò sbattendo la porta. Reeve si voltò nuovamente per osservare la città e sospirò.
CAPITOLO 1
Le loro armi si incrociarono nuovamente. I due combattenti rimasero un istante a fissarsi, poi quello più alto dei due sorrise maliziosamente e premette il grilletto. In un istante Van si trovò catapultato all’indietro da un’esplosione di energia sprigionata dal maestro. Per un attimo calò la spada, mentre col braccio destro si toglieva il sudore dalla fronte. L’altro non attese; dopo aver puntato una mano guantata verso il ragazzo, fece sprigionare dal palmo aperto una piccola sfera di fuoco che si infranse sull’arma di Van, facendola volare a qualche metro di distanza. Il giovane non ebbe neanche il tempo di meravigliarsi, che quello gli era già dietro, la lama della gunblade che gli sfiorava la gola. << Mai distrarti!>> disse Seifer nell’orecchio di Van.
Il sole stava calando, tingendo di rosso la terra arsa e nuda della Grande Distesa. In lontananza, a nord, le luci di Gongaga. Van aveva già acceso il fuoco e stava scaldando della carne in padella, ovviamnete comprata al mercato nero. Seifer, un ragazzo sui vent’anni, capelli biondi tagliati molto corti, una faccia perfettamente liscia, due occhi di ghiaccio, e una cicatrice tra gli occhi che gli scendeva lungo la parte desra del naso, era seduto su una panca di legno. Dietro di lui la baracca in lamiera che per due anni gli aveva fatto da casa. Indossava ancora il suo impermeabile, che riusciva a tenere intero nonostante gli allenamenti di Van e gli scontri violenti durante le visite alla città. Al suo fianco la sua fedele gunblade, compagna di molte battaglie, una spada che al posto di un’impugnatura classica aveva quella di una pistola, con grilletto e proiettili; la pressione del grilletto, quando l’arma era carica, permetteva alla lama di generare dell’energia che aumentava a dismisura il potere d’attacco del colpo. Van aveva ormai finito di cucinare. Prese due piatti e vi mise una fetta di carne, poi si sedette in terra. <<Che fai, non vieni a mangiare?>> <<Arrivo.>> fu la risposta di Seifer, che subito si alzò e andò a sedersi davanti al ragazzo. <<Come sono andato oggi, Seifer.?>> <<Non male, non male. Ma devi ricordarti che la distrazione, in una situazione reale, potrebbe costarti la vita.>> <<Scusa, hai ragione.>> <<Per il resto, le tue tecniche sono alquanto migliorate. Per altro combatti con una spada più grande del normale.>> <<Certamente, altrimenti non potrò mai diventare il migliore. Combattere con uno spadone mi farà diventare fortissimo. Allora, potrò, no, potremo lasciare questo buco.>> Seifer lo fulminò con lo sguardo. <<Potremo? Razza di moccioso, ricordati che IO sono qui a tempo indeterminato. Se domani mi venisse voglia di andarmene, lo farei senza voltarmi indietro.>> <<S-sì…..scusa.>> Il silenzio era calato. Van fissava il suo mentore coi suoi occhi marroni, ripensando a un episodio accaduto due anni fa. Lui aveva quindici anni. Era sempre vissuto in quella baracca di lamiere, fin dal giorno in cui i proprietari lo avevano trovato in fasce tra i rottami di un aereo. Non sapevano come fosse sopravvissuto, ma lo presero con lui. Erano povera gente, ma onesti; non si erano lasciati prendere dall’atmosfera di violenza di Gongaga, e se ne stavano in disparte, frequentando la città solo le volte che era necessario. Lo chiamarono Van, e lo educarono. Poi, quando lui aveva dodici anni, andarono a Gongaga, e non tornarono più. Van scoprì che erano stati coinvolti in una sparatoria e uccisi. Il suo dolore per i suoi genitori adottivi era stato qualcosa che con difficoltà era riuscito a superare. Per un certo periodo di tempo aveva anche rischiato di venir trascinato dalla spirale di violenza di quel luogo, ma era riuscito ad uscirne, con una nuova determinazione e coraggio. Quell’evento gli aveva fatto fare la sua scelta. Si sarebbe allenato, duramente, senza fine; avrebbe imparato l’arte del combattere, avrebbe fortificato i suoi muscoli, sarebbe diventato come il Grande Sephiroth, anzi, l’avrebbe superato. E poi, due anni fa, era accaduto quell’evento. Van stava tornando da un viaggio durato una settimana, carico di provviste che aveva comprato al campo nomade Zeyam. C’era stata da poco una tempesta di sabbia. Ma, sebbene fosse ricoperto di polvere dalla testa ai piedi, Van capì che era un uomo e andò a soccorrerlo. Fu così che portò a casa Seifer, con le provviste e la strana arma che stringeva in mano e che non si decideva a mollare anche se era incosciente. Fu così che imparò a conoscere quel ragazzo che aveva due anni più di lui, i suoi scatti d’ira, la sua determinazione, ma anche la sua tristezza. Perché, anche se non ne parlava, c’era della malinconia negli occhi di quel giovane, che aveva deciso di rimanere con Van fin quando gli pareva, al prezzo di insegnare al giovane a combattere con la spada. Van aveva finito la carne, e vide che anche Seifer aveva il piatto vuoto. <<Ne vuoi ancora?>> chiese mentre si serviva. <<Guarda che ho le mani. Se ne voglio me la prendo.>> <<Va bene.>> disse Van accennando un sorriso. Seifer era sempre Seifer. <<Cosa c’è!>> grugnì lui di rimando, mentre metteva dell’altra carne nel piatto. <<Niente, niente.>> si affrettò a dire Van. E poi, mentre masticava silenziosamente, si ritrovò a fissare il suo maestro. Maestro. Sì, era quello che Sifer era diventato per lui. Un maestro. E un amico. Tra i due si era venuto a formare un rapporto che non aveva bisogno di parole, ma c’era; era fiducia, era sacrificio, era voglia di impegnarsi a migliorare, insieme. Anche se Seifer non avrebbe mai ammesso di essere suo amico. Ma nonostante ciò, dopo vari tentativi, Van era riuscito a farlo aprire un po’ sul suo passato. Aveva saputo così che egli veniva da Balamb, un’isola a ovest del continente, di cui Van non aveva mai sentito parlare. Egli aveva fatto parte dei SeeD, un corpo di guerrieri mercenari. Poi se ne era andato (Van non era mai riuscito a farsi dire il perché) e aveva raggiunto Midgar, la grande megalopoli a nord, dalla quale la Shinra controllava tutto il continente. Là era stato un mese, ma si era messo nei guai con la legge ed era fuggito. Poi era arrivato a Gongaga. <<Io ho finito, vado a dormire.>> Detto ciò Seifer si alzò e andò a sdraiarsi sulla panca. La Grande Distesa era un luogo molto caldo e secco, e non c’era una grande escursione termica tra il giorno e la notte; dormire all’aperto non era poi così strano in un luogo come quello. Come al solito Seifer aveva lasciato a Van le ultime faccende da sbrigare. Spegnere il fuoco e raccattarne le ceneri, che potevano servire, portare via i rifiuti, mettere a posto le cose usate durante il giorno. Van aveva ormai finito quando Seifer, con gli occhi già chiusi, e col suo solito tono disse:<<Ricordati che domani ti devi svegliare presto. Devi andare a Gongaga a portare i rifiuti e a cercare di vendere qualcosa. Prova a rimediare qualche pila e magari del cibo più buono.>> <<Certo.>> fu la rapida risposta di Van. Poi Seifer non parlò più e il suo respiro divenne regolare. Anche Van andò a dormire.
Il sole era ancora basso all’orizzonte, ma faceva già molto caldo. Van era ormai arrivato alla città. Davanti a lui c’erano solo baracche, rifiuti metallici ricoperti di polvere, case in muratura che sembravano prossime al crollo; non una sola abitazione superava i tre piani in altezza. Per un attimo, mentre stava entrando nella cittadina, Van colse un lontano bagliore ad est; sapeva cos’era: la Torre di Cristallo, sulla quale circolavano molte strane leggende. Ormai si era inoltrato nella città, e presto iniziò a raggiungere le zone più affollate. Non era certo un bell’ambiente. La zona del mercato nero era completamente ricoperta di tende e baracche, e ovunque gente cercava di vendere le cose più disparate. Le persone che frequentavano la cittadina erano tutti poco di buono , spacciatori, commercianti senza scrupoli, briganti, prostitute. <<Ehi ragazzino, ti vuoi divertire?>> Van non rispose neanche. Era abituato a quel genere di proposte e, il fatto che fosse mattina, non lo stupiva più di tanto: a Gongaga la vita era sempre la stessa, sia di giorno che di notte. In fondo, a chi importava? Un luogo così sperduto, nel bel mezzo del niente, non era certo un luogo che sarebbe interessato a chicchessia. Anche le truppe Shinra non bazzicavano in quella zona. La corporazione aveva altro a cui pensare, e luoghi più lucrosi nei quali far rispettare la legge. Gongaga non era niente. <<Ehi, ne vuoi un po’? Prezzo di favore perché sei giovane e so che non puoi permetterti tanto.>> Questi erano i più odiosi. Van si girò verso il pallido uomo che gli si era affiancato; si accorse subito dello sguardo perso, della magrezza e dei lievi tremori del corpo. <<Tu sei fatto….vattene.>> <<Ti piacerà! Sono solo 200 Gil.>> <<Ho detto vattene. Io non prendo quella roba.>> <<Oh, ma questa non è la solita, è nuova…….”Mak 0” si chiama, ed è fantastica. L’uomo fece vedere a Van un pacchettino trasparente con dentro della polverina verde brillante. Van era stupito; non aveva mai visto niente del genere. Ma era pur sempre droga, e lui non la voleva. <<Vattene.>> ripetè, questa volta mettendo una mano sulla grande spada che gli pendeva dietro la schiena, nel suo fodero di pelle. <<Va bene, va bene. Ma non sai cosa ti perdi.>> E detto ciò se ne andò. Van perse qualche attimo per sistemarsi la giacchetta di jeans, poi riprese a camminare.
Proprio mentre Van rifiutava la droga, Seifer si svegliava. Il ragazzo rimase qualche minuto sdraiato, a fissare il cielo. Aveva sognato, un sogno che non gli era piaciuto. Nella sua mente, era tornato al Garden, a qualche anno prima, quando si allenava con lui, l’unico altro esperto di gunblade al mondo. I due erano uguali ma opposti, grandi rivali. I loro allenamenti si trasformavano spesso in sfide e non mancavano certo i colpi duri. Seifer si tastò la cicatrice. <<Perché sei rimasto…..>> disse a una persona che non era lì.
Van era già riuscito a racimolare vari oggetti, tra cui due pile, una piccola batteria ricaricabile e qualche pezzo di carne che aveva un aspetto molto invitante. Inoltre aveva ottenuto un centinaio di Gil che potevano essere comodi per il futuro. Decise che prima di continuare avrebbe bevuto qualcosa; era ormai quasi mezzogiorno e il sole picchiava. Alla sua destra, lungo la via principale, c’era un edificio alto tre piani, in ferro e mattoni, grigio come tutte le case di quel luogo. Ma un’insegna luminosa era appesa sull’ingresso. Era l’unico bar di Gongaga, ed era anche piuttosto famoso. Per gli standard della cittadina era tenuto bene. Ovviamente questo perché il proprietario non serviva solo da bere ai passanti, ma era invischiato in un’altra serie di azioni illecite, quali spaccio, prostituzione, asilo per banditi e fuorilegge in genere, estorsioni, tasse sul commercio nella zona, furti, rapine. Ma se uno entrava e pagava, gli servivano tutto ciò che voleva. E Van era vissuito troppo in quei luoghi per fare il moralista. Così senza pensarci due volte il ragazzo attraversò la strada ed entrò. Davanti a lui si presentò un locale scuro, gremito di gente. I tavoli erano tutti pieni. Van notò molte facce conosciute, ma ovviamente anche un sacco di forestieri. Alcuni avevano un aspetto davvero losco. Uno era seduto ad un tavolo da solo, bevendo alcolici a non finire. Un altro sembrava essere un soldato in congedo in cerca di compagnia. Un altro ancora, solo in un angolo buio della stanza, era coperto dalla testa ai piedi da un mantello con cappuccio nero che nascondeva completamente la sua fisionomia; Van lo guardò per qualche istante, stupito che non sentisse caldo. Lui aveva solo pantaloni e giacchetta di jeans e stava sudando copiosamente. Il giovane andò al bancone. <<Salve Van, ancora giri con quell’affare sulla schiena?>> disse Al, il barista. <<Lo sai, bisogna sempre essere pronti a tutto.>> <<Ma dai.>> Un uomo corpulento si era avvicinato dalla sua destra. <<Secondo me non riusciresti neanche a tenerlo dritto una volta estratto dal fodero. Guarda come sei affaticato. Non c’è bisogno di stancarsi per fare un po’ di scena.>> Van non si scompose nemmeno. In una frazione di secondo la sua mano destra si era mossa, e ora lui stava col braccio teso, la spada sollevata senza il minimo sforzo, la lama puntata verso la gola dell’uomo. <<Dicevi?>> <<Io non dicevo assolutamente niente, scusami.>> Mentre l’uomo si allontanava sotto gli sguardi divertiti di tutti, Van rinfoderò la spada e iniziò a bere la limonata che gli era stata versata. <<Somigli sempre di più a quel Seifer.>> disse sorridendo Al. <<Chissà.>> rispose Van, e riprese a sorseggiare la limonata. Quando ebbe finito, Al venne a prendere il bicchiere. Poi, sporgendosi più vicino, sussurrò:<<Sicuro che non ti andrebbe di lavorare per Don Corneo? Sei forte, giovane, in salute. Saresti un mercenario perfetto. Corneo ha bisogno di gente come te, e a Midgar potrebbe farti fare una fortuna. Io posso mettere una buona parola e farti avere un passaggio su una delle carovane.>> <<Lo sai Al, non sono ancora deciso. Non credo che sia questo ciò che voglio. Ci devo ancora pensare.>> <<Incredibile.>> sbuffò Al.<<Un ragazzo come te, con tutto quel potenziale, che spreca se stesso in un posto del genere. Per altro sei onesto. Si vede proprio che Gongaga non è la città per te.>> <<Ci penserò, d’accordo?>> disse Van un po’ spazientito. <<Fammi sapere.>> disse Al. A quel punto Van decise che si era attardato anche troppo e fece per uscire.
Ma prima che potesse muoversi, un uomo entrò correndo nel bar. <<Ehi venite a vedere che tipi sono arrivati. Non ci crederete mai.>> La voce dell’uomo era così eccitata, che subito la maggior parte delle persone uscì. Van seguiva, lentamente. In strada si era assiepata una piccola folla per guardare quella strana macchina. Aveva due posti, e un aspetto sconquassato. Il sedile di dietro era stato tolto per fare spazio a cianfrusaglie varie. Ma la cosa più strabiliante erano i due rotori da aereoplano montati dove un tempo c’era il bagagliaio. L’auto aveva vari disegni di donne sia sulle portiere ammaccate che sul cofano. Due uomini la guidavano. Il conducete era un vecchio magro, con capelli corti biondi, barba mal rasata e degli occhiali da aviatore in testa. Fumava una sigaretta e, a giudicare dal portacenere pieno di mozziconi posato vicino al volante, doveva essere una cosa che faceva molto spesso. L’altro, in piedi al suo fianco, era un giovane con un soprabito marrone e un cappello da cow-boy. I suoi occhi azzurri si guardavano intorno sicuri, mentre muoveva lentamente la testa, scuotendo i lunghi capelli castani legati in una coda. <<Che bella cittadina, nevvero Cid?>> disse adocchiando delle ragazze. <<Sì come un dito in……pah>> e soffiò via una nuvoletta di fumo. <<Non devi essere sempre così duro verso i posti che incontriamo.>> <<Io sono duro perché ho fame, capito, FAME! E tu ti sei giocato tutti i nostri soldi, l’altro giorno, da quei nonmadi.>> <<Eddai, non te la prendere, ora siamo a Gongaga. Guarda che bel locale, tutto per noi.>> Poi, rivolto alla gente intorno:<<Forza, dateci tutti i vostri averi. Poi io e il mio amico abbiamo voglia di cibo e alcolici. E magari un po’ di compagnia.>> Dicendo ciò lanciò uno sguardo seducente ad una bella ragazza lì vicino, che arrossì chinando lo sguardo. Van notò che pareva felice di quella proposta; effettivamente sembrava che il nuovo venuto esercitasse un suo fascino sulle ragazze che lo stavano osservando. Van si accorse all’improvviso di quattro energumeni sporchi in canottiera che si fecero largo tra la folla e arrivarono a pochi passi dall’automobile. Quello più grosso, che sembrava il capo, prese la parola:<<Senti marmocchio. Che ne dici di portare il tuo culo fuori di qui il più presto possibile. Magari potresti andare ad appartarti col tuo amichetto. Deve essere una bomba a letto.>> E tutti i quattro, più molti dei presenti scoppiarono a ridere fragorosamente. Mentre l’uomo chiamato Cid scendeva lentamente dalla macchina, il suo giovane amico rise con loro. <<Molto divertente.>> disse poi, proprio mentre Cid era giunto al suo fianco, un arpione lungo più di due metri nella mano destra, uno sguardo assassino. Van era molto esperto di queste cose; presto sarebbe scoppiata una rissa, e forse si sarebbe versato del sangue. Entrambi i gruppi erano formati da poco di buono ed egli non si sentì in diritto di intervenire; non gli importava di loro. Si allontanò e salì su delle casse lì vicino per godersi lo spettacolo, comodamente seduto. Vedendo che l’avversario non reagiva, il gigante di due metri stava incominciando ad irritarsi:<<Senti bamboccio, noi stiamo cercando di essere bravi, e tu non vuoi proprio andartene. Dobbiamo usare le cattive oppure ascolti il nostro consiglio….bambina?>> L’altro non si scompose. Con un balzo fu fuori dalla macchina e si tolse il cappello agitandolo in aria in modo molto teatrale. <<Io sono Irvine Kinneas!>>urlò. Poi, mentre si calcava nuovamente il cappello in testa:<<Vi ho dato la possibilità di andarvene e lasciare me e il mio amico in pace, ma voi niente. Cid, mi sa che questi bei tipi abbiano bisogno di una lezione.>> Cid annuì con un sorriso terribile. Poi fece roteare l’arpione. Van si sistemò meglio; ormai stavano per incominciare. La folla si era leggermente allontanata da quei sei e aspettava ansiosa il primo colpo; era arrivato a Gongaga un bel passatempo. Van si accorse che dal bar era anche uscito lo strano uomo incappucciato, e si era fermato ad osservare anche lui. Poi l’energumenno pelato scattò in avanti con un coltellino pronto a colpire, mentre i suoi tre compagni lo seguivano dietro. Fu un attimo. Irvine Kinneas si spostò di lato e gli fece lo sgambetto, facendolo finire nell’automobile. Intanto Cid fece un passo in avanti e, dopo aver bloccato le braccia dei due subito dietro con l’arpione in orizzontale, fece ruotare l’arma con tale forza da ricacciarli all’indietro, sull’ultimo del gruppo: uno dei due perdeva sangue dal naso, mentre il polso sinistro dell’altro era slogato. Van sgranò gli occhi, mentre un mormorio si levava dalla folla: quei due non erano solo dei palloni gonfiati. Rialzandosi faticosamente il capo dei farabutti urlò:<<Ehi brutti idioti, cosa fate lì fermi! Prendete i bastoni. Forza!>> Irvine si girò verso di lui con un ghigno. <<Ciao ciao.>> disse puntando una mano aperta verso di lui. Poi una folata di vento fortissima, sprigionata da Irvine, sbalzò l’uomo dall’auto e lo fece cadere rovinosamente dall’altra parte della strada. Tutti esclamarono stupiti. Van si alzò in piedi, esterefatto. Quell’Irvine Kinneas aveva usato la magia, ne era sicuro. Quei due non erano persone normali. Erano forti, veloci, controllavano la magia. Intanto Cid, con poche abili mosse, aveva messo al tappeto i tre e si stava accendendo una sigaretta. <<Uff, mi hanno fatto impolverare. Allora, andiamo a prenderci quello che ci spetta.>> disse il suo compagno. Cid sorrise:<<Certo, non vedo l’ora di mangiare del buon cibo.>> Ma ad un tratto un colpo fortissimo esplose nell’aria. Il pelato si era rialzato e aveva estratto una pistola. <<Kinneas!>> urlò.<<Il primo colpo era verso l’aria, ora tocca a voi due. Come hai osato ridicolizzarmi così!>> L’uomo, schiumante di rabbia, puntò la pistola verso Irvine. Questi non si scompose minimamente. <<Avanti spara.>> disse con una calma tale da stupire tutti i presenti. Dopo un attimo di esitazione, il pelato disse ancora <<Tu sei pazzo.>> e sparò. Il colpo esplose e Van era certo che Irvine Kinneas sarebbe morto. Ma ciò non accadde. Nello stesso momento del colpo si sentì una spece di altro rumore, come di tori alla carica. In un secondo tutto finì. Irvine e Cid erano in piedi, tranquilli, dei sorrisi inquietanti in volto. E intorno a loro si muoveva qualcosa di nebuloso, che talvolta prendeva una forma, prima di dissolversi in fumo, o stirarsi, o cambiare di nuovo fisionomia. A Van sembrava di vedere due tori che roteavano intorno ai due uomini. Poi sparirono. Allora Irvine estrasse un fucile con canna doppia e, tenendolo ritto nella mano destra, sparò. Ci fu silenzio. <<Andiamo.>> disse Irvine ed entrò nel bar, seguito da Cid. Dopo poco dall’interno provenne un urlo arrabbiato:<<ABBIAMO SETE!>> <<A-arrivo subito!>> esclamò il barista Al, precipitandosi dentro. Poi la maggior parte delle persone decise di allontanarsi da quel luogo. Van fissava il cadavere dell’energumeno, attonito. Ma non era la vista della morte a stupirlo; era ciò che era accaduto, quello che aveva visto. Irvine Kinneas aveva usato la magia e poi era stato protetto da qualcosa. Qualcosa che sembrava…… Van scosse la testa, non poteva essere. Poi si accorse che nel luogo dell’accaduto era rimasto soltanto l’uomo incappucciato, che lo stava guardando, nonostante il suo viso fosse in ombra. Van si sentiva a disagio. Poi, non potendo più resistere, disse:<<E tu che hai da guardare!>> L’altro, per tutta risposta, si voltò e rientrò nel bar.
CAPITOLO 2
Van arrivò a casa verso le due del pomeriggio,accaldato, affamato e stupito. Ciò che aveva visto a Gongaga era troppo strano per essere vero. Ovviamente Seifer non aveva ancora fatto niente riguardo al cibo anzi, al momento non si vedeva. Van entrò un attimo in casa, posò la roba che si era procurato in città e poi andò sul retro. E, come si aspettava, Seifer era là, in fondo ad una china rocciosa, seduto con le gambe conserte su una grande roccia piatta. La gunblade era piantata in verticale nella terra lì vicino. Van sapeva già cosa stava facendo, glielo aveva visto fare tantissime volte da quando si erano conosciuti. Pian piano si avvicinò. Seifer aveva gli occhi chiusi, le mani posate sulle ginocchia. Intorno a lui sembrava esserci un’energia vorticante, che talvolta prendeva la forma di un etereo essere cornuto, brillante come il fuoco. Van era arrivato in fondo alla china. Ora Seifer era circondato da luce, e dal terreno intorno a lui uscirono raggi rosa che andarono a combinarsi col fuoco che lo circondava. Per un istante Van sentì un ruggito, mentre la forma eterea prendeva più consistenza e, sollevata la testa sopra quella di Seifer, emetteva un potente ruggito. Poi tutto scomparve e Seifer si alzò.
<<Cosa ci fai qua. Io ho fame.>> disse mentre andava a recuperare la sua arma.
<<Cosa ti ha trattenuto in città?>> riprese con un tono più calmo vedendo che il ragazzo non riaspondeva.
Così, mentre risalivano la china diretti alla casa, Van raccontò a Seifer tutto ciò che era accaduto quella mattina.
Alla fine, con voce lievemente tremante, disse:<<Quello che hanno fatto quel Kinneas e il suo amico….sì, insomma….mi è parso uguale al Junction che fai te.>>
<<Perché sicuramente ERA Junction.>> rispose Seifer.
Van era adesso ancora più meravigliato. La prima volta che aveva visto la manifestazione del potere di quella tecnica era stato quando, poco dopo aver conosciuto Seifer, aveva seguito quest’ultimo mentre andava ad allenarsi da solo nel canyon sito a sud di lì. Allora aveva visto che potere era in grado di scatenare, facendo sviluppare fiamme dal nulla, distruggendo rocce, e infine facendo uscire dal suo corpo un enorme demone cornuto, alto più di tre metri, che aveva devastato la zona. Quando Seifer stava tornando era riuscito ad accorgersi di Van e si era arrabbiato moltissimo.
Ma poi, tornati a casa, si era deciso a parlare:<<Quello che mi hai visto fare oggi, Van, è stata l’invocazione di un potere magico in grado di controllare l’energia del fuoco.>>
<<Cos’era quel demone?>>
<<Esso era una Forza Guardiana, o GF per essere più brevi, uno degli spiriti di energia che vagano per questo pianeta.>>
<<Ma non ho mai sentito parlare di questi…….spiriti. Della magia sì, ma loro…..>>
<<La magia di cui si parla, Van, è certo molto potente e permette a un uomo di andare contro le normali leggi della fisica. O meglio, di sfruttarle a proprio vantaggio, manipolando le correnti energetiche che fluiscono per il pianeta. Ma le GF sono qualcosa di più eccelso. Esse sono la manifestazione stessa di queste energie, che hanno ottenuto una volontà propria. Sono stati i SeeD a studiarle e a scoprire e migliorare il Junction.: una tecnica che permette di unire la volontà del guerriero all’energia della GF, per scatenare poteri che vanno al di là della normale magia.>>
<<Ma come si fa? E’ difficile?.>>
<<Tutt’altro, è una cosa anche piacevole. Il senso di potenza che conferisce è esaltante. L’unica cosa un po’ difficile è apprendere a controllare i poteri che ti vengono conferiti. E inoltre, bisogna tener conto che le GF sono esseri viventi. Non puoi sperare di usarli come oggetti, ma devi ottenere il loro favore, e cercare sempre di trattarle con riguardo.
<<Ho capito……quindi quel demone.>>
<<Sì, lui è la GF che mi sono guadagnato. Che battaglia avevamo fatto alla Grotta del Fuoco, poco fuori dal Garden di Balamb. Ma io ho avuto la meglio e da allora sta con me.>>
Van ansimava. Il suo maestro, di fronte a lui, accusava meno la stanchezza, ma era ugualmente sudato. Poi attaccò nuovamente. Van portò la spada di fronte a sé, e deviò il colpo verso la sua sinistra. Poi, invertendo rapidamente la direzione della spada, eseguì un fendente perfetto verso l’alto, sfiorando il viso di Seifer. Egli colpì rapidamente la spada avversaria per portare Van fuori posizione, poi fece un salto all’indietro.
<<Ogni volta sei sempre meglio….ormai mi sembra di essere tornato ai vecchi tempi, quando mi allenavo al Garden.>>
<<Sei pensieroso e poco concentrato.>> gli disse Van di rimando.<<Che cos’hai?>>
<<Piantala di fare il premuroso!>> urlò Seifer correndo in avanti e brandendo la gunblade con la mano sinistra. Questa mossa colse Van di sorpresa, perché Seifer era destro. Il ragazzo riuscì solo all’ultimo momento a spostare la grande spada che teneva con due mani, parando il colpo violento. Ma Seifer aveva previsto tutto; con velocità spaventosa roteò su se stesso e Van vide la lama arrivare dalla sua sinistra, una zona totalmente scoperta.
<<Sei bravo, certo, ma continui a dimenticare l’essenza stessa del combattimento.>> disse Seifer. La lama si era fermata a un centimetro dal viso di Van.
<<Ricorda, il vero guerriero sa essere imprevedibile. Le tecniche già colladaute sono solo la base del suo stile di combattimento. Egli né sa inventare di nuove in continuazione, adattandosi all’avversario. Ricordalo, chi segue il cammino del guerriero non si può fermare alle cose che si sanno già, ma deve cercare l’ignoto per riuscire a migliorarsi oltre ogni limite.>>
<<Sì.>> disse Van.
<<Andiamo a casa.>>
I due ritornarono alla baracca mentre il sole ormai scompariva dietro l’orizzonte. Si erano allenati tutto il pomeriggio. Come al solito fu Van a preparare da mangiare.
Mentre i due masticavano silenziosi, Van pensò a com’era andata la battaglia della mattina; poi trovò il coraggio per chiedere nuovamente a Seifer:<<Non eri completamente concentrato oggi. Perché?>>
Seifer scoppiò a ridere.<<Ma allora non ti arrendi mai.>> disse.<<E va bene, te lo dirò. Ho pensato per tutto il tempo al tuo racconto di quando sei tornato. Ho dovuto sondare a lungo la mia memoria, e la battaglia mi ha aiutato a concentrarmi sul mio passato.>>
<<Cosa vuoi dire?>>
<<Mi sono ricordato di Irvine Kinneas.>>
Van era stupefatto.<<Tu lo conosci?>> disse.
<<No.>> rispose Seifer.<<Cioè, non di persona. Lo vidi tre anni fa, ad una festa che si tiene ogni anno al Garden di Balamb. Egli veniva da quello di Galbadia, uno stato sito sul continente ovest. E’ un bravo tiratore, un abile conoscitore delle GF e un grandissimo donnaiolo. Non so proprio perché abbia lasciato i SeeD e sia venuto in questi luoghi. Conoscendolo, si sarà illuso di poter fare fortuna senza il minimo sforzo.>>
<<E l’altro?>> chiese Van, riferendosi all’uomo chiamato Cid.
<<Non ne ho idea.>>
La conversazione morì lì e, dopo mangiato, i due fecero un’ultimo allenamento sotto lo stelle prima di andare a dormire.
Il bar si era nuovamente riempito. Il timore per Irvine e Cid si era placato. Gli abitanti di Gongaga avevano capito che finchè non li infastidivano e il barista dava loro da bere gratis non ci sarebbero stati problemi.
<<E così ho afferrato l’arpione e gliel’ho ficcato in….ma…hic…mi stai a sentire.>>
<<Mmmmhhh….certo.>> Irvine stava stacccando le labbra da quelle di una bellissima ragazza che gli stava seduta sulle ginocchia, mentre un’altra lo abbracciava da dietro.
<<Allora, dicevi?>>
Cid grugnì e si versò un altro bicchiere di rum. Le gote rosse e il tono di voce facevano capire che non era propriamente sobrio.
<<Ehi, Al, porta altri alcolici per il mio amico.>> urlò Irvine. <<E tu bionda, credo che ti piacerà provare le delizie che ti può regalare un forestiero.>> Una donna sui trent’anni gli sorrise e disse ammiccando:<<Basta che mi paghi.>>
<<Certo che ti pagherò. Anche se in realtà sono io che faccio un servizio a te. Ci vediamo in camenra tra un’ora.>>
Cid lo guardò dopo aver scolato l’ennesimo bicchiere: <<Sei proprio senza ritegno.>>
<<Eh eh eh. Io sono il grande Kinneas. Il più forte, abile……e saoprattutto il più figo, vero?>> disse e ricominciò a fare ciò che aveva interrotto.
Al aveva finito di servire altri clienti e si stava lamentando per la presenza di quei due banditi che non avrebbero pagato, quando l’uomo in nero, senza scostare il suo cappuccio, gli disse:<<Senti amico, ho visto questa mattina, in stada, un giovane che portava una spada, una grande spada.>>
Al non parlò.
<<Le sarei grato se mi dicesse il suo nome, e dove abita.>> dettò ciò lo straniero estrasse delle banconote da 20 Gil, per un totale di 1000.
Al, nonostante tutto, non voleva mettere in pericolo Van, del quale era amico e che presto, lo sentiva, avrebbe accettato di lavorare per Don Corneo.
<<Mille Gil.>> disse con disprezzo. <<Me li faccio in una serata. Se invece qualcuno mi levasse dai piedi quei due rompicolgioni, allora……>> disse Al, credendo di essersi coperto le spalle con quella richiesta impossibile.
<<Affare fatto.>> disse l’uomo e, senza dare il tempo di ribattere allo stupitissimo Al, si alzò e se ne andò in camera sua, al secondo piano.
Quella notte Van sognò. Era un sogno strano, e molto inquietante. Egli si trovava in una pianura erbosa, spazzata dal vento. C’era solo una collina, alla sua sinistra, ma non era niente più che un tumulo di terra ricoperto dall’erba verde. In cielo striciavano nubi grige, che davano alla piana un’atmosfera tetra. Van si accorse all’improvviso di tre figure che lo osservavavano, in piedi, una davanti a lui, un’altra spostata verso sinistra, l’ultima alla sua destra. La prima era un uomo alto, con lunghissimi capelli bianchi e occhi di ghiaccio. Indossava due paraspalle argentei, sopra un lungo vestito nero; reggeva una masamune lunga più di due metri. Anche il secondo aveva occhi azzurri, ma essi brillavano di una luce innaturale; i suo capelli erano biondi, con un enorme ciuffo sparato all’insù. Il suo abito aderente era viola, aveva solo il paraspalle sinistro e appesa alla schiena portava una grande spada, lunga come quella di Van, ma larga il doppio. Infine, il terzo uomo era un ragazzo vestito di nero, con una giacca con pellicciotto. Van vide i capelli castani e gli occhi azzurri, e fu stupito dalla cicatrice identica a quella di Seifer, solo che scendeva dalla parte sinistra del naso: aveva anche lui una gunblade. Prima di poter fare alcunchè, Van si sentì attirato verso la cima della collinetta, e avanzò sotto gli sguardi di quegli uomini, salendo velocemente. E, quando fu in cima, vide con orrore una gunblade piantata in terra, e dietro di essa una lapide. Su di essa erano incise queste parole:”SEIFER ALMASY, CHE LOTTO’ STRENUAMENTE PER SALVARE IL SUO ALLIEVO, E CHE PER LUI DIEDE LA VITA”.
Van ne fu sconvolto. Con un grido si alzò a sedere. Era nel suo letto, tutto sudato. Mentre si riprendeva, si accorse che il sole era già sorto. Mettendosi velocemente i pantaloni, la maglietta nera e la giacchetta blu sopra e indossando le sue scarpe da ginnastica, uscì. Fu così che trovò Seifer intento a preparare del caffè.
<<Mnmmfff, fai così casino da svegliare un ippopotamo. E’ dall’alba che non mi fai chiudere occhio.>> disse quello.
<<Scusami.>> disse Van sedendosi per terra e guardando un po’ stranito Seifer.
<<Ne vuoi un po’?>>
<<Sì, g-grazie.>>
<<Prego.>> disse Seifer con fare annoiato.
Cosa gli prende, pensò Van, non è mai stato così gentile. Ha anche preparato la colazione.
Per un momento le immagini del sogno gli tornarono alla mente ed egli si trovò a fissare con una lieve paura il suo amico. Van era sicuro che Seifer avrebbe dato la vita per lui se si fosse presentata l’occasione, ma ovviamente sperava che ciò non si dovesse verificare mai. Poi scosse la testa, dicendosi che era uno stupido se un sogno aveva il potere di sconvolgerlo così.
Seifer aveva osservato Van mentre sorseggiava il caffè. Infine si alzò e guardò Gongaga in lontananza.
<<Ragazzo, prendi uno zaino e mettici un po’ di cibo e acqua. E anche quelle pozioni curative che abbiamo sempre tenuto per i casi di emergenza.>> disse.
<<Ma-ma…..>>
<<Niente ma. Dobbiamo partire, e potrebbe darsi che non torniamo per un bel po’. E non dimenticare la spada.>>
I raggi del sole penetravano attraverso le imposte sgangherate della stanza di Irvine. Egli si alzò lentamente, si vestì, e poi sfiorò con le labbra il collo della donna con cui aveva passato la notte.
<<Arrivederci tesoro.>> disse. Poi uscì.
Dalla stanza in fondo al corridoio proveniva una cantilena. Irvine riconobbe la voce di Cid ed andò nella sua stanza. Lo trovò che si preparava, e aveva già una sigaretta in bocca.
<<Forza, nuove rapine ci aspettano. Il barista dovrebbe aver già preparato tutta la roba che ci serve per il viaggio.>> disse Irvine.
Cid grugnì qualcosa e poi finì di vestirsi, mentre Irvine lo osservava in silenzio.
Quando l’amico fu pronto, i due andarono al piano inferiore.
<<Salve barista. Bella nottata? Io mi sono divertito tantissimo. Allora, come da accordi, la roba dovrebbe essere già tutta in macchina.>> disse giocondo Irvine ad Al, che lo fissava imbronciato da dietro il bancone.
<<Speriamo per lui che non abbia dimenticato niente.>> ringhiò Cid facendo roteare l’arpione.
<<Figurati se ha dimenticato qualcosa. Forza, andiamo. Tanti saluti amico.>>
Ma quando i due uscirono, trovarono una brutta sorpresa ad accoglierli. L’automobile era completamente vuota. Una folla di curiosi si era assiepata dal lato opposto della strada, e li fissava in maniera strana.
<<Che cazzo significa!>> esclamò Irvine, alterato, volgendosi verso Al, che stava uscendo.
Al posto di Al rispose una voce che gridò da lontano:<<Significa che voi due morirete ora, perciò non vi serve avere del cibo o dell’acqua.>>
Lungo la strada stava camminando un uomo alto, il cui aspetto era reso indiscernibile dal mantello con cappuccio. Quella mattina aveva ordinato ad Al di non riempire l’automobile, perché Irvine e Cid non avrebbero mai lasciato Gongaga. In questo momento si era fermato ad una trentina di metri dai due.
Irvine aveva perso il suo aspetto giocoso ed ora i suoi occhi facevano trapelare la sua rabbia.
<<Ma tu, chi cavolo pensi di essere?>> disse, e intanto estraeva il suo fucile e lo puntava verso il misterioso individuo.
<<Io sono l’ultima persona che vedrai.>> rispose quello.
<<Fatti fottere.>> esclamò Irvine ed esplose un colpo. Per una frazione di secondo tutti pensarono che fosse finita. Ma lo straniero mosse con una rapidità terribile la mano destra e rimase fermo. Tutti gridarono stupiti, perché sembrava che il colpo non avesse mai raggiunto l’incappucciato. In compenso questi ora stringeva una masamune lunga più di due metri.
Irvine rimase un attimo in silenzio, poi parlò: <<Hai tagliato il proiettile…….non sei uno sbruffone qualunque.>>
<<Certo che non sono normale….se solo sapeste chi sono io.>>
Nel frattempo Van e Seifer erano arrivati a Gongaga.
<<Cos’è stato questo rumore?>> disse Van
Seifer rimase un attimo silenzioso, poi:<<Sembrava proprio un colpo di fucile. E se indovino giusto era il fucile di quell’Irvine Kinneas. Sbrighiamoci.>> e detto questo partì di corsa.
Mentra lo seguiva, Van si chiese perché Irvine Kinneas fosse così importante per il suo amico.
Intanto lo straniero misterioso si stava avvicinando ai due banditi. <<Non avete scampo, perché non la fate finita e non vi lasciate uccidere risparmiandomi la fatica?>>
<<Tu sei completamente fuori di testa!>> gli gridò di rimando Cid, e lo caricò con l’arpione.
<<CID NO!!>> urlò Irvine. Ma ormai Cid stava correndo come un pazzo verso l’avversario. Fu allora che lo straniero puntò la mano sinistra verso di lui e fece partire una folgore verso Cid che non potè fare altro se non osservarla mentre arrivava verso di lui. Ma essa si infranse su una barriera rosa, disperdendosi. Cid aveva chiuso gli occhi; quando li riaprì, davanti a lui c’era il suo amico. Irvine, sotto gli occhi di tutti, aveva fatto una corsa a una velocità inumana, mentre la nebbia a forma di toro lo circondava. Poi si era posto tra il compagno e il fulmine creando uno scudo magico. Tutti erano allibiti.
<<Bravo!>> disse l’incappucciato.<< Sei un conoscitore dell’arte della magia. Ma vediamo come te la cavi in corpo a corpo.>> e si mise in posizione di battaglia.
Irvine ora stava sorridendogli malevolmente.<<La mia arma, finchè stai attento, non può avere effetto su di te. Ma come te la caverai contro il mio massimo potere?>>
<<Massimo potere?>> disse l’incappucciato.
Ora Irvine e Cid erano in piedi uno di fianco all’altro.
<<Abbiamo bisogno del vostro aiuto, voi che comandate la terra. Uscite dalle profondità e scatenatevi. FRATELLI!!>> urlarono all’unisono.
In quel momento l’energia turbinante intorno ai due si condensò, e prese la forma di due grandi minotauri viola, uno grosso con le corna rosse, l’altro molto più piccolo, con le corna gialle. Entrambi reggevano in mano delle mazze molto grandi e pesanti.
<<Junction.>> mormorò lo straniero, per nulla impressionato.
Ad un grido di Irvine i due minotauri caricarono con le mazze incrociate. Intandevano travolgere il nemico con la forza del loro peso. Ma questi riuscì a saltare all’ultimo momento, e le due mazze sfiorarono i lembi del suo mantello, mentre con un abile piroetta si riportava in posizione di combattimento. Allora i due Guardiani attaccarono con più foga, mentre la terra intorno ai loro piedi si smuoveva. Lo straniero, però, riusciva a parare i loro colpi con estrema facilità. Ma Irvine lo aveva sospettato: non aveva richiamato i fratelli sperando che lo sconfiggessero; sperava solo che lo distraessero. Ovviamente le due Forze Guardiane sapevano già il suo piano, perché quando erano in Junction la mente del loro compagno non aveva segreti. Così, mentre il più grosso attaccava selvaggiamente l’avversario, il più piccolo si scostò rapidamente e puntò la mazza su Irvine.
<<Grazie!>> urlò quest’ultimo, mentre una serie di raggi rosa partiva dalla mazza e si concentrava sulla mano di Irvine. Poi urlò: <<SPOSTATEVI!!>>
In un attimo i fratelli divennere evanescenti, mentre tornavano nelle menti dei loro compagni. La terra tutt’intorno all’incappucciato si mosse, poi sotto ai suoi piedi si formò una fossa circolare, profonda cinquanta centimetri, mentre lance di pietra spuntavano dal suolo per infilzarlo; egli riuscì a resistere all’incantesimo, ma uno degli spuntoni gli trafisse il braccio destro. L’urlo che seguì fu raggelante. Irvine era madido di sudore, e stanco. Anche Cid non era da meno, e sentivano che le loro Forze Guardiane si erano esaurite. Davanti a loro la terra si era mossa di nuovo, e gli spuntoni si erano ritirati. L’incappucciato stava là, in piedi, sporco di sangue, lievemente inclinato. Poi, usando tutta la forza che gli era rimasta, si mise diritto e chiamò a se una luce azzurra che lo avvolse, curandolo.
<<Dannazione!>> mormorò Irvine. <<usa la magia tranquillamente senza avere una Forza in Junction. E per di più aveva preparato degli incantesimi curativi.>>
<<Io non ho altro che magie di attacco, al momento.>> disse Cid, ansimando.
<<E i Fratelli sono esausti.>> gli rispose Kinneas.
<<Questa volta siamo nei guai, amico mio.>> grugnì infine Cid.
Seifer e Van, chianti dietro un parapetto, osservarono tutta la scena. Erano passati da delle vie laterali, poi si erano arrampicati tramite una scala di ferro sul tetto piatto di una casa a due piani ai bordi della strada. Nessuno si era accorto di loro. Sotto di loro la folla, che ormai dava i due banditi per spacciati. Più avanti Cid e Kinneas, che cercavano di trovare un modo per levarsi dai pasticci. Più in là, ripresosi dal colpo subito, il misterioso uomo incappucciato. E ancora oltre, all’orizzonte, una sorta di massa marrone in movimento, che si stava avvicinando coprendo l’azzurro del cielo.
<<Arriva una tempesta. Tutto si fa più interessante.>> disse Seifer stringendo la gunblade.
<<Ma non posso permettere che Irvine Kinneas muoia.>>
<<Ma cos’ha di speciale quell’uomo?>> chiese Van, esaperato.
Seifer si voltò verso di lui. Ma, al contrario di quanto si aspettasse il ragazzo non c’era rabbia nei suoi occhi, soltanto tristezza.
<<Dimmi Van, tu hai mai amato?>>
Van, stupito, rispose: <<Sì, i miei genitori….cioè, non erano i miei veri genitori, ma è come se lo fossero stati.>>
<<E se ci fosse una possibilità che siano ancora vivi, non faresti di tutto pur di scoprire la verità?>>
<<Certo!>> fu la decisa risposta di Van.
<<Lasciando Gongaga, a una settimana di cammino verso ovest, c’è una ferrovia che va da nord a sud. A sud conduce ad un reattore Mako in rovina e più in là alle Miniere di Mithril, sul bordo meridionale della Grande Distesa. Se la seguirai verso nord arriverai a Midgar.>>
<<Ma questo cosa c’entra?>>
<<Se andrai al reattore in rovina troverai qualcosa……qualcuno che ti sarà di aiuto.>>
<<Ma…….>>
Purtroppo Seifer si era alzato con uno scatto ed era balzato giù dal tetto. La Forza Guardiana che lo proteggeva impedì che si facesse male. Tutti guardarono il ragazzo che atterrava e partiva in corsa contro l’incappucciato, brandendo la gunblade.
Lo straniero era arrivato ad un passo dai due banditi. Alzò la masamune e la fece calare verso Irvine; ma egli riuscì a parare usando il fucile come una spada. Purtroppo per lui la forza del colpo era troppa, e lui esausto. Cadde a terra. Cid provò a intervenire, ma un rapido movimento della lama nemica gli fece volare via l’arpione. Ma ad un tratto l’incappucciato fece un salto all’indietro; aveva visto un nuovo nemico venirgli incontro e aveva ddeciso di non rischiare. Seifer passò tra Cid e Irvine, poi colpì la lama dell’avversario con forza.
I due cominciarono a lottare furiosamente. L’incappucciato sembrava sconcertato dalla bravura di Seifer e dalla sua strana arma, che rilasciava energia ogni volta che veniva premuto il grilletto, rendendo pericoloso stare troppo vicino al suo avversario. D’altra parte la masamune era un’arma eccezionale ed usata con maestria; la sua lunghezza rendeva difficile e pericoloso avvicinarsi a quell’individuo che la sventolava come se non pesasse.
Irvine e Cid avevano fatto qualche passo indietro, e guardavano i due girarsi intorno, studiandosi.
<<Tu!?>> esclamò Irvine.
<<E’ da tanto che non ci si vede, donnaiolo da strapazzo !>> disse Seifer ansimando per lo sforzo, senza distrarsi.
Cid fissò il compagno. <<Lo conosci?>> disse.
<<Più o meno. Chissà cosa ci fa qui. Comunque non sono fatti nostri. Mentre tiene impegnato quello lì è meglio andarsene………oh grande Hyne!!>>
La tempesta di sabbia aveva raggiunto Gongaga e stava procedendo verso di loro a una velocità inaudita. Tutti corsero nel bar per ripararsi. Irvine e Cid andarono verso l’automobile.
Intanto Van apparve sulla strada: aveva visto Seifer che combatteva e non riusciva a concludere la battaglia; perciò aveva pensato che avesse bisogno del suo aiuto. Il suo zaino era ben legato in spalla, la spada salda nelle due mani.
<<SEIFER!!>> urlò e corse in aiuto dell’amico.
Irvine e Cid avevano raggiunto l’automobile. All’urlo di Van i due combattenti si distrassero. Ma l’incappucciato si riprese per primo e colpì seifer con un fulmine scagliato da un metro di distanza. Seifer, centrato in pieno petto, venne sbalzato all’indietro.
<<FINALMENTE TI HO RICONOSCIUTO. NON FUGGIRAI!!!!!>> urlò l’incappucciato e corse verso Van con la masamune pronta a colpire. Anche Van, ancora più furioso perché il suo amico era stato colpito, corse verso l’avversario con un urlo. Cid ed Irvine esitarono guardando i due che si caricavano a vicenda. Seifer si era posato su un gomito, e imprecava contro la stupidità di Van.
Poi la tempesta arrivò.
Fu solo un attimo e tutto divenne scuro. La sabbia vorticava, accecava, pungeva. Van fu investito in piena faccia e si fermò. Poi, spinto da un sesto senso, si buttò a terra. Una lama saettò sopra la sua testa. Irvine e Cid si gridavano a vicenda, mentre cercavano di far partire l’automobile. Intanto Van, piegato su un ginocchio, si sentiva completamente sperduto; ogni tanto vedeva l’ombra dell’avversario, ma ogni volta che provava a colpire fendeva solo l’aria. Due volte rischiò di essere tagliato in due dalla masamune. Poi, come apparso dal nulla, il nemico gli si parò davanti, torreggiante sopra di lui. Van era finito.
Ma in quel momento un’altra ombra giunse e frappose una gunblade tra la masamune che calava e il povero ragazzo. Il nemico si voltò verso Seifer e, con un rapido movimento si riportò in una posizione atta a combattere. Van vide i due, uno di fronte all’altro, completamente estranei alla tempesta che infuriava intorno.
<<Corri!>> disse Seifer.
<<Non posso lasciarti a….>>
<<CORRI!!>>
Van, colpito come da un fulmine, si voltò e corse. Rimise la spada nel fodero e chiuse gli occhi. Dietro di lui, ovattato dall’ululato del vento, il clangore delle lame che cozzavano.
<<Merda, parti parti parti!!>> urlò Cid all’indirizzo della sua auto. Infine il motore si accese.
<<Schizza!>> esclamò Irvine, il cappello ben calcato in testa per proteggersi dalla sabbia.
Cid premette l’acceleratore. I rotori rombarono, epellendo la sabbia e spingendo il mezzo. Ad un tratto i due sentirono un tonfo dietro di loro. Voltandosi, Irvine vide Van, che era letteralemente inciampato nella macchina finendoci dentro. <<Ma cosa diavolo……>> disse il cow-boy. Ma Cid non gli fece finire la frase: <<Ci penseremo dopo!>> disse. E l’automobile balzò in avanti e raggiunse in pochissimo tempo la massima velocità, una velocità che sembrava impossibile per un mezzo dall’aspetto così derelitto.
CAPITOLO 3
Il sole era calato ormai da tempo dietro l’orizzonte, anche se in realtà a Midgar non si mostrava mai: la città era sempre coperta da una cappa di fumi neri, rilasciati per la maggior parte dai reattori che estraevano il Mako; inoltre i palazzi fatiscenti, altissimi, dotati anche di enormi terrazze, contribuivano a rendere la città sottostante ancora più scura e buia. Per non parlare di quelli che abitavano nei bassifondi, sessanta metri sotto la piattaforma circolare costantemente in espansione sulla quale era poggiata la città vera e propria. In quei posti la luce del sole non giungeva mai, c’era solo la notte. Reeve era stanco. Appena entrato si sdraiò sul letto fissando il soffitto e ripensando all’incontro con lo staff manageriale della Shinra. Alla riunione, tenutasi qualche piano più in alto, avevano partecipato sia lui che Hojo, ma anche Scarlet, una donna tanto malvagia quanto bionda che sovrintendeva alla sezione degli armamenti, che Heidegger, un uomo barbuto, basso e grasso che Reeve odiava dal più profondo del cuore. Non era neanche mancato Palmer, un poveretto che si illudeva ancora di poter ricevere fondi per il miglioramento del Progetto per l’Esplorazione Spaziale. E ovviamente avevano presenziato lo stesso Presidente Shinra e suo figlio Rufus, il vice presidente. L’andazzo generale della riunione non era affatto piaciuto a Reeve. Il Presidente Shinra aveva ignorato, come al solito, sia le richieste di Palmer, sia le sue. Al presidente non interessava l’esplorazione di nuovi mondi, ma neanche lo sviluppo urbano. A lui interessavano solo le armi, la conquista del continente, il miglioramento dell’utilizzo del Mako. Com’era da aspettarsi, il presidente aveva deciso di incentivare la costruzione di nuove armi e la condensazione di Materie sempre più letali. Reeve ripensò per un attimo alle Materie, una delle grandi invenzioni di Gast, sulle quali ancora oggi Hojo stava lavorando. Le Materie erano una sorta di perle, che, grazie al Mako condensato potevano contenere in esse molta energia magica. Questi oggetti mistici erano stati una vera rivoluzione per Midgar. Fino ad allora solo i più dotati e costanti erano in grado di sviluppare un controllo abbastanza grande sulla magia. Ma quel controllo non era niente se paragonato a quello di molte altre creature, specialmente delle cosiddette Forze Guardiane. Reeve aveva sentito parlare di una tecnica mistica che permetteva ad un essere umano di fondersi con una Forza per ottenerne i poteri, ma questa via non era né semplice né economica. Le Materie permettevano anche ai meno abili di usare la magia al meglio, senza fare affidamento su entità volubili. Per il resto si era discusso della situazione generale di Midgar e, soprattutto, sulla politica da tenere con gli abitanti del continente ovest. Rufus era stato incaricato dal padre di partecipare all’incontro che il presidente Vinzer Deling, dello stato di Galbadia, aveva fissato di lì a una settimana. Alla fine Hojo era stato esortato ad affrettare le ricerche sul Mako e sui suoi effetti sugli esseri viventi. Poi la riunione si era conclusa. L’ultima richiesta del presidente aveva lasciato Reeve inquieto non poco. Non sapeva perché, ma era certo che l’interesse mostrato dal presidente verso gli effetti del Mako non era spinto dalle sue stesse motivazioni. Tutti sapevano che Hojo compiva strani esperimenti, nelle profondità del palazzo presidenziale. Reeve iniziò a temere che non solo anche il presidente ne fosse infoemato, ma lui stesso incentivasse queste ricerche segrete per un suo scopo ben preciso, certo non buono o nobile. Il sonno si impossessò di Reeve. Egli levò una breve preghiera ad Hyne, poi i suoi occhi si chiusero.
<<Riuscirò a batterti.>> <<Rassegnati, non vedi che ti stai affatticando per niente?>> Voci intorno a loro mormorarono: <<Guardate, non è nemmeno un po’ stanco. Biff invece ha il fiatone ed è rosso come un pomodoro.>> <<Maledizione, e io che contavo che vincesse.>> <<Mi dispiace, puoi già darmi i Gil che hai scommesso.>> Il Pub “Mako’s House” era un luogo di ritrovo per molti dei soldati stazionati nel settore 4 di Midgar. Era un luogo ben tenuto, illuminato da molte luci, dove si servivano drink gustosissimi. C’erano dei biliardi e mazzi di carte a disposizione per giocare a Triple Triad, oppure a Tetra Master, i giochi più famosi e apprezzati. Ma la cosa più bella di quel pub era vedere energumeni tutti muscoli che cercavano di sconfiggere a braccio di ferro il giovane Cloud Strife. Biff aveva ormai ceduto e si stava massaggiando il braccio. Tutti i suoi compagni di camerata avevano ricominciato a bere. Cloud rimase seduto per un po’ al tavolo, mentre un suo compagno gli andava a prendere una birra. Anche quella sera aveva vinto, ma del resto era ovvio; lui era un SOLDIER, e non uno qualsiasi, ma uno di Prima Classe. Insomma, lui era il meglio che l’esercito Shinra avesse da offrire. Un soldato forte e agile, temprato da anni di allenamenti, potenziato geneticamente grazie ad un’infusione di Mako, capace di usare la magia ad altissimo livello. La sua forza non aveva eguali nell’esercito Shinra; l’unico che poteva tenergli testa era solo il Generale Sephiroth, il migliore, il più grande. Rick tornò al tavolo e si sedette di fronte a lui. Il ragazzo aveva diciotto anni, e vedeva con ammirazione quel ventenne biondo, tanto particolare a causa della sua strana pettinatura, con un enorme ciuffo di capelli dritti che gli spuntava dalla testa, e quella divisa viola che significava che lui aveva raggiunto il massimo. Cloud sorseggiò la sua birra, mentre Rick, come al solito, lo sommergeva di parole: <<Anche stasera sei stato fantastico. Non sei nemmeno sudato un po’. Chissà come fai. Guarda, le tue braccia sono sottili, quello lì aveva invece un bicipite grosso come la mia testa.>> Cloud posò il bicchiere e guardò il giovane con quei suoi strani occhi azzurri, che brillavano di una luce innaturale, talvolta attraversati da riflessi verdi. <<Io sono il più forte, lo sai. Solo che gli altri non lo vogliono ammettere.>> disse in tono serio. Rick rispose: <<E’ vero…..i tuoi occhi…..la traccia del Mako. Ma sai, è difficile credere che possa esistere un uomo come te. Certa gente non crede neanche alle storie che si raccontano su Sephiroth.>> <<Fanno male.>> rispose Cloud conciso, e finì la sua birra. <<Che ne dici, ce ne torniamo in caserma? Tanto ormai non c’è altro da fare. A meno che tu non voglia fare una partita a carte. Sarai anche il più forte, ma a carte sei una vera schiappa.>> disse Rick. <<Questa è una sfida.>> rispose Cloud sorridendo. Poi estrasse dalla tasca un mazzo di carte. Si sistemò il paraspalle sinistro (l’unico che portasse) e poi mischiò le carte. <<Triple Triad, questa sera.>> disse con aria di sfida. <<Come desideri.>> disse Rick con un sorrisone stampato sulle labbra. Così quella sera Cloud Strife perse un bel po’ di Gil e di buone carte. <<Eddai, non te la prendere.>> disse Rick. I due stavano camminando per una via stretta e buia, ritornando alla caserma. <<La prossima volta vincerai di sicuro.>> <<Seeeee!>> disse Cloud sarcastico. I due camminarono per circa mezz’ora. La caserma dava su una piazza non molto frequentata, e che a quell’ora era praticamente deserta. Un tuono rimbombò cupo nell’aria. Stava per arrivare un temporale. I due entrarono rapidamente e furono salutati da vari compagni in maniera molto formale. Poi Cloud e Rick si salutarono. I SOLDIER avevano alloggi privati e godevano di molti più diritti dei soldati semplici. Cloud salì le scale e arrivò al quarto piano, dove c’era la sua stanza. Essa era molto grande, aveva le dimensioni di un appartamento, ed era dotata di cucina, frigo, televisione, poltrona, scrivania, computer. Molto diversa dagli alloggi spartani dei soldati di classe inferiore. Cloud non aveva ancora sonno e si sedette comodo su una poltrona. Poi accese la televisione e iniziò a scorrere i canali. <<Bah, come al solito non danno niente di decente. Solo tanta pubblicità. Che noia.>> Ci fu un lampo che illuminò per un momento la stanza. Seguì un tuono, molto forte. Infine cominciò il ticchettio della pioggia, sempre più forte e insistente. Cloud decise che avrebbe fatto meglio ad andare a dormire. Spense la televisione, si alzò, e si recò al letto. Il suo sguardo cadde sulla spada posata lì vicino. Non era una spada normale, ma un’enorme buster sword, lunga quasi due metri, larga circa cinquanta centimetri, un immane pezzo di metallo grigio, non certo elegante, ma estremamente potente: potente per chi riusciva a sollevarla e a maneggiarla, ed erano pochi quelli che potevano. Per un attimo Cloud ripensò al suo caro amico Zack, che gliela aveva donata. Poi sbuffò e si coricò vestito. In pochi secondi stava dormendo.
La pioggia scrosciava intono alla ragazza. Aveva camminato per tutta la giornata, un’altra dura giornata di viaggio. In questo momento era davanti alla grande porta nelle mura di Midgar, volta verso nord; quella porta dava sui sobborghi del Settore 7. Ma a lei non interessava di cosa ci fosse dall’altra parte; voleva solo entrare, lasciare la notte, la pioggia alle sue spalle e riposarsi dal lungo viaggio. Ormai le provviste erano finite. Tra Nibelheim e Midgar non c’erano che montagne alte ed impervie; per chilometri e chilometri non si vedeva un solo insediamento. Una piccola porticina si aprì al lato del portone. Un uomo con impermeabile e l’aria stanca la apostrofò: <<Dimmi il tuo nome e gli affari che ti portano a Midgar. Dichiara se stai portando qualcosa all’interno della città.>> <<Mi chiamo Tifa Lockheart, e vengo da nord. Sono qui per cercare un lavoro e, possibilmente, fare qualche soldo.>> L’uomo uscì e la guardò incuriosito alla luce di una lanterna. Vide una bella ragazza con occhi marroni e lunghi capelli neri. <<Mmmmm…con un seno così non farai fatica a fare carriera.>> disse adocchiando il rigonfiamento del petto che si vedeva nonostante il mantello da pioggia la avvolgesse completamente. <<Hai qualche mezzo per il quale aprire il portone?>> disse poi, ignorando le occhiatacce della giovane. <<No, sono a piedi. Con permesso.>> disse Tifa seccata, entrando dalla porticina. Non si scompose neanche quando l’uomo le diede un’energica patta sul sedere; aveva altro a cui pensare e non poteva inguaiarsi appena arrivata in città. Così si avviò velocemente per la strada buia, mentre intorno a lei vedeva terra e baracche, rifiuti e poveracci. <<Almeno non piove.>> disse tra sé e sé. In poco tempo Tifa riuscì a trovare un posto che le avrebbe fatto comodo. Era un bar, sito in una zona di baracche leggermente deserta. Non aveva certo un bell’aspetto, ma il cartello diceva che oltre a drink e a cene, la proprietaria affittava il container sul retro da usare come stanza. In quel luogo Tifa non avrebbe avuto troppi problemi, né avrebbe destato troppe attenzioni. Faceva freddo, ma non certo come fuori. La zona era riscaldata da dei vecchi generatori di energia abilmente riutilizzati. Tifa si scostò un ciuffo di capelli bagnati dal viso, poi entrò nel bar. Era deserto. Solo una giovane, con lunghi capelli castani, stava al bancone. Tifa guardò un po’ stupita mentre questa, invece di fare le solite cose che ci si aspetta da una barista, stava armeggiando con un computer portatile. <<Mi scusi, è permesso?>> disse Tifa lentamente. La ragazza davanti a lei si accorse solo in quel momento della presenza di un ospite. Allora spense frettolosamente il computer e lo scostò di lato. <<Salve, cosa posso fare per te?>> disse con un grande sorriso. Poi andò verso Tifa. <<Fa freddo fuori? Oh, ma sei tutta bagnata. Vieni che ti aiuto io.>> La ragazza le tolse velocemente il mantello zuppo e lo appese da una parte. Di fronte a lei c’era ora una ragazza che indossava una maglietta bianca aderente e una minigonna nera. L’altra la guardò in maniera preoccupata. <<Ma sei vestita leggera. E a quanto pare sei stata sotto l’acqua per un bel po’?>> Tifa si sentiva leggermente imbarazzata. I suoi scarponcini erano ricoperti di fango. <<Scusi….io avrei bisogno di affittare la stanza nel container per qualche giorno………e avrei anche un po’ fame.>> Proprio in quel momento, come se volesse farle un dispetto, il suo stomaco brontolò, facendo aumentare ulteriormente il suo disagio. <<Oh cara, sei anche affamata. Vieni, ti preparo qualcosa. Poi verrai in camera mia a fare un bel bagno. E…..ah….il mio nome è Jessie…..e dammi del tu.>> Jessie scomparve nella cucina, permettendo a Tifa di sedersi a un tavolino. Era stupita dalla gentilezza della ragazza; non avrebbe mai pensato di essere accolta a quel modo. Per fortuna al mondo c’era ancora gente del genere. La ragazza si stiracchiò e sbadigliò. Era veramente stanca e l’idea del bagno dopo cena l’allettava non poco. Purtroppo quello sarebbe stato un momento di relax passeggero. Aveva una missione da compiere. Non gliel’aveva affidata nessuno, ma se l’era scelta da sola. Aveva avuto la possibilità di andarsene per la sua strada, ignorando i problemi del mondo, ma aveva scelto di affrontare il pericolo. Era il suo senso del dovere, o forse solo la sua voglia di avventure. Jessie interruppe i suoi pensieri entrando con un piatto fumante. Tifa mangiò il contenuto con gusto: era veramente buono. Jessie nel frattempo andò a prepararle il bagno. <<Quanto ti devo?>> le disse Tifa ad un certo punto, alzando la voce in modo tale che la sentisse dalla stanza al piano di sopra. Jessie apparve dalle scale. <<Per adesso niente, faremo il conto quando te ne andrai. E non preoccuparti di dare fastidio.>> disse. Quando Tifa ebbe finito di cenare, venne accompagnata da Jessie al piano di sopra, dove la proprietaria del bar evidentemente viveva. C’era una vasca da bagno già piena di acqua calda e schiuma. Tifa si svestì ed entrò in acqua, lasciandosi andare al caldo abbraccio del liquido. <<Se ti serve qualcosa, io sono di sotto.>> disse Jessie accostando la porta. Tifa sentì i suoi passi al piano di sotto. Passarono dieci minuti di assoluto silenzio. Tifa si sentiva veramente bene. Poi, mentre si alzava coprendosi con un asciugamano, sentì delle voci al piano di sotto. Una era di Jessie, l’altra, maschile, aveva un tono forte e cupo, e parlava in modo burbero. <<Anche oggi tutto è andato a meraviglia.>> disse la voce. <<Allora siete riusciti ad ottenere le piante?>> chiese Jessie. <<Certamente. Presto potremo fare la nostra mossa, e allora sì che faremo rumore.>> <<Va bene, andate a riposarvi. Ci vediamo tra un po’.>> Tifa sentì un rumore meccanico, poi i passi di Jessie che saliva la scala. Velocemente, la ragazza andò dall’altro lato della stanza, e cominciò a pettinarsi davanti allo specchio. <<Bene, hai finito. Quando sei pronta posso mostrarti la tua stanza.>> disse Jessie entrando in camera. Tifa annuì e, senza parlare, si vestì. Capiva che Jessie nascondeva qualcosa, anzi, qualcuno; ma non aveva intenzione di immischiarsi in quegli affari, a meno che non si fossero rivelati utili per i suoi propositi. Pochi minuti dopo Jessie le stava mostrando il container che le avrebbe fatto da stanza per i prossimi giorni. I tuoni rimbombavano nel cielo invisibile, coperti dai rumori di automobili, e altri macchinari. Tifa, comunque, non ci mise molto ad addormentarsi.
Cloud fu svegliato da un forte bussare alla porta. Dalla pesantezza delle palpebre capì di aver dormito meno di due ore. Assonnato, mentre ancora la pioggia batteva sulle finestre, andò ad aprire la porta. Davanti a lui c’era un soldato di grado inferiore, dall’aria molto spaventata. <<Comandante Strife, mi dispiace svegliarla a quest’ora di notte, ma c’è un problema.>> disse quello. <<Calmati ragazzo. Entra e raccontami tutto.>> gli rispose Cloud facendolo accomodare e chiudendo la porta. <<Ecco vede. E’ iniziato tutto qualche ora fa, quando siamo stati mandati ad investigare su uno strano omicidio avvenuto nei pressi del palazzo presidenziale. Pensavamo fosse stato uno psicopatico, ma quando abbiamo trovato il cadavere squartato nel vicolo, abbiamo capito che non era così. Poi il mostro ci ha attaccato. Era velocissimo, furbo, sapeva sfruttare tutte le possibilità offerte dal buio e dal temporale. Sono morti uno dopo l’altro, li ha uccisi tutti. Eravamo finiti in un vecchio cantiere abbandonato e non siamo riusciti a trovare aiuto. Solo io sono riuscito a scappare. Ho riferito l’accaduto e mi hanno detto di chiamarla. Il mostro dovrebbe ancora essere nel Settore 4.>> Cloud si era già sistemato il fodero con la spada sulla schiena, e aveva allacciato il suo cinturone. <<Vedrò cosa posso fare.>> disse sistemando si meglio i guanti. Il guerriero scese velocemente le scale e arrivò al piano terra. Una squadra di giovani soldati desiderosi di mostrare il loro valore di fronte al grande SOLDIER erano già lì in attesa di ordini. <<Andate a dormire.>> disse Cloud con un mezzo sorriso. <<Ci penso io.>> Senza permettere ad alcuno di replicare cloud uscì dalla caserma trovandosi in strada. Pioveva ancora. La strada era buia. Ma Cloud conosceva quel settore come le sue tasche e sapeva esattamente dove si trovava il cantiere dove il mostro doveva trovarsi. Si avviò con passo rapido, incurante della pioggia che lo stava inzuppando. In poco meno di mezz’ora era arrivato all’ingresso del cantiere. Pilastri semi costruiti, gru arruginite, pali e terra davano a quel luogo un’atmosfera tetra. Era molto esteso, e c’erano più piani da esplorare, più un parcheggio interrato mai finito. Cloud respirò profondamente come faceva prima di ogni compito pericoloso; capiva che il mostro poteva nascondersi ovunque. Poi entrò nel piazzale. Purtroppo per lui, il giovane comandante non sapeva che il mostro, nascosto al secondo piano della strttura, lo aveva già visto e stava già pregustando il sapore di quella nuova fonte di cibo. Silenzioso come la notte si mosse per tendere un tranello all’ignaro soldato. Cloud entrò al piano terra della struttura. Tutti i suoi sensi erano all’erta. Sapeva che il pericolo era vicino, e nel buio era molto difficile capire da che parte sarebbe arrivato. Perché sapeva che il mostro avrebbe fatto presto la sua comparsa. Un rumore dall’alto lo fece saltare in avanti, mentre la spada veniva estratta con rapidità. Cloud si voltò pronto ad affrontare il nemico che era piombato dal soffitto. Ma non era un mostro quello che aveva davanti, ma un cadavere di un giovane soldato della Shinra, orribilmente mutilato: Non aveva pù le braccia, e la parte anteriore era stata squarciata e svuotata delle budella. Cloud sentì che stava per vomitare, ma riuscì a trattenersi, mentre l’orrore veniva sostituito dalla rabbia. Estrasse una piccola perla verde dalla tasca. <<Vieni fuori maledetto bastardo. Io sarò l’ultima cosa che vedrai!>> urlò, incurante del pericolo che correva. Poi la perla brillo e innumerevoli fiamme si svilupparono intorno. Ora il giovane era circondato da un anello di fiamme, e tutta la zona intorno era illuminata di rosso. Aveva un’espressione feroce, mentre le mani stringevano con forza l’impugnatura della spada. <<VIENI!!>> gridò ancora più forte Cloud. E il mostro decise di attaccare quell’idiota che gli si era praticamente servito su un piatto d’argento. Saltò da una trave d’acciaio al secondo piano, dritto sul giovane. I suoi artigli erano protesi: avrebbe squarciato il ragazzo con la forza del suo peso. Ma Cloud lo vide. Tenendo la spada solo con la mano destra mosse la sinistra, e un’ondata di fiamme si levò verso il nemico. Esso avvampò, ma le fiamme non riuscirono a fargli niente. All’ultimo istante Cloud saltò verso destra, facendo una capriola per evitare di trovarsi disteso in terra. Le fiamme si spensero sul corpo del mostro; ne era immune. Alla luce del fuoco Cloud poteva vedere un essere lungo tre metri ed alto due, con sei zampe artigliate, di un colore azzurrognolo, una testa che somigliava a quella delle lucertole. Aveva ancora addosso gli schizzi di sangue dei soldati morti. Sebbene fosse un animale, Cloud vide una luce di intelligenza nei suoi occhi, un’intelligenza malvagia che si compiaceva dei suoi delitti, e pregustava già la gioia di quell’ennesima uccisione. Il mostro scattò in avanti ruggendo, la bocca protesa per mordere alla gola. Ma Cloud lo schivò dal lato sinistro, e descrivendo un arco con la spada, gli aprì una ferita sul fianco destro. Il nemico ruggì di dolore e si allontanò. L’uomo che gli stava davanti non era come gli altri; quell’enorme spada riusciva a penetrare la corazza. <<Allora, hai già paura?>> disse Cloud. Detto ciò attaccò. La sua spada baleno di rosso mentre calava da sinistra verso destra; un colpo che avrebbe tagliato persino l’acciaio. Ma il suo avversario riuscì a spostarsi all’indietro. Approffittando dell’occasione, mosse la zampa in avanti, e graffiò il braccio di Cloud, che però ignorò il dolore e proseguì il fendente, sollevando verso l’alto la lama. Questa mossa colse il mostro alla sprovvista, che tirò indietro la testa troppo tardi; la parte sinistra del suo muso fu sfregiata, mentre un ruggito si levava. Cloud era sempre più felice. Il sangue gli ribolliva, come ogni volta che affrontava un avversario potente. Ogni battaglia, lo sapeva, lo avvicinava sempre più a Sephiroth. Perciò, senza aspettare, balzò contro il mostro. Questo però decise di usare la sua ultima risorsa. Aprì le fauci e sparò un getto di gas nero, che investì il giovane in piena faccia. Cloud cominciò a tossire, mentre si sentiva sempre pìù debole e la gola gli bruciava. La buster sword gli scivolò di mano, e la nube gli oscurò la visuale. Per un secondo vide due zampe calare verso di lui, poi si ritrovò a terra, ansimante, schiacciato da quell’aberrazione. Le zampe anteriori erano posate sulle sue spalle, quelle intermedie sistavano preparando ad aprirgli il petto. Ma Cloud non era un uomo qualunque e non si fece prendere dal panico, nonostante la situazione. Invocando tutto il suo potere magico scatenò un’ondata di fuoco sul petto del nemico. Il fuoco non poteva fargli mare, ma la forza dell’urto lo fece sollevare quel tanto che bastava per permettere a Cloud di rotolare verso la sua arma. L’afferrò col braccio destro e, senza nemmeno alzarsi, la diresse contro il nemico, ferendolo nuovamente. A questo punto il nemico perse ogni volontà di combattere; il suo pasto si era rivelato trroppo pericooloso. Con un ringhio di frustrazione si allontanò velocemente. Ma Cloud non aveva certo intenzione di permettergli di andarsene per banchettare con qualche altro poveretto. Si alzò e tirò fuori un’altra Materia verde. Usando il supporto di quella perla, riuscì a dirigere le energie magiche nel suo corpo, riprendendosi dalla fatica e dagli effetti del gas del mostro. Infine partì all’inseguimento. Il mostro correva molto veloce, sostenuto dalle sei zampe. In questo momento era arrivato alla fine di un vicolo e stava svoltando a sinistra. Ma dietro di lui, Cloud Strife lo incalzava, velocissimo nonostante l’enorme spada che gli pendeva dietro la schiena. Cloud arrivò alla svolta e girò, senza rallentare.Così il mostro, che si era posizionato a una decina di metri di distanza gli sparò nuovamente il suo getto di gas. Ma Strife non era un semplice soldato; rivelando dei riflessi che andavano oltre l’umano si bloccò piegando la schiena all’indietro. Il gas gli passò a qualche centimetro sulla testa. Il suo avversario non provò nemmeno ad attaccarlo approffittando della situazione, ma, spaventatissimo, spiccò un balzo verso il muro del palazzo a destra e cominciò una veloce arrampicata. Ma Cloud si riprese e cominciò a correre salendo una serie di scalette di emergenza poste lì vicino. L’inseguimento proseguì quindi sui tetti. Il mostro correva al massimo della sua velocità, ma Cloud, nonostante il fiatone era sempre dietro. Non pioveva più. Alla fine, con un unico salto disperato, la creatura finì in mezzo a una delle strade principali, fra le automobili, dopo una caduta di venti metri. Cloud imprecò. Era finito in una famosa via del Settore 4, dove la notte non era diversa dal giorno, sempre affollata, piena di attività commerciali. A causa dell’essere che correva al centro della strada erano già successi degli incidenti. La gente sui marciapiedi urlava terrorizzata, molti scappavano. Cloud non potè resistere. Sotto di lui stava passando un camion coperto da un telone. Saltò. Dopo più di quindici metri di caduta atterrò sul telo e l’impatto fu attutito da esso. Senza perdere un minuto rotolò su se stesso, fino a cadere in strada, in piedi. Il nemico era là, a cinquanta metri. Ma stava assalendo un gruppo di ragazzi; esso infatti aveva capito che minacciare la vita di qualcuno era forse l’unico modo per far desistere il suo inseguitore. Una ragazza strillò, mentre il mostro la afferrava con gli artigli anteriori, stracciandole le vesti e graffiandola. Poi, chiuse le sue fauci intorno al suo collo, ma senza stringere. Cloud era arrivato a qualche passo da lui. Il mostro lo fissava per far intendere il suo piano. Intorno ai due, a debita distanza, si era formata una calca: molti avevano riconosciuto il comandante Cloud Strife e sapevano che la lotta sarebbe finita per il meglio. La giovane piangeva, ppregava Cloud di aiutarla, non voleva morire. Il comandante si trovava in una situazione spinosa; non poteva rischiare che la ragazza venisse uccisa, ma non poteva neanche far fuggire nuovamente quell’essere. Ma infine, fu il mostro a fare la sua mossa, anche se non voleva. Vedendo il guerriero di fronte a lui, e quella massa di persone tutto intorno, si sentì in pericolo; poi i suoi istinti animali cedettero e il gusto della carne tenera della ragazza lo spinse a quel terribile atto: le sue fauci si chiusero. La ragazza non potè nemmeno urlare, rimase lì, gli occhi sbarrati, un filo di sangue che colava dalla bocca. Cloud fu sommerso dalla rabbia. Davanti a lui, quel mostro aveva compiuto un omicidio, e in parte era lui il responsabile. Gli astanti, sconvolti dall’accaduto, indietreggiarono. Ma non era solo la paura del mostro che aveva fatto cadere la fanciulla e ringhiava pazzo di paura; ciò che li spaventava maggiormente era il SOLDIER, dal cui corpo ora si sprigionavano scintille rosse e azzurre. <<Sta per mostrare la sua tecnica.>> mormorò uno. <<Ha perso le staffe. Meglio stare lontani.>> disse un altro. Cloud mise la spada di fronte a sé, mentre la sua rabbia cresceva come un turbine. Ma egli la sapeva controllare, sapeva usarla a suo vantaggio. Una colonna di luce rossa si sprigionò dai suoi piedi, abbagliando tutti, anche il mostro. Quando essa scomparve si vide che Cloud era ancora lì, immobile, gli occhi chiusi. Il mostro gli ringhiò; il suo avversario era ancora più spaventoso ora che sembrava non voler combattere. Ma infine Cloud si decise e partì all’assalto. Corse verso il mostro mentre dell’energia azzurra si caricava nella spada e le scintille si sprigionavano dal suo corpo. Lanciò un grido terribile mentre spiccava un balzo di almeno cinque metri, sollevando la buster sword sopra la sua testa. E infine scese sul mostro, la sua enorme arma che descriveva un arco verso il basso. Si sentì il rumore della spada che passava la carne e si piantava nell’asfalto. L’essere rimase per un momento in piedi, poi si smembrò, tagliato in due. Cloud si asciugò il sudore dalla fronte e ripose la spada insanguinata nel fodero. L’avrebbe lavata più tardi. In lontananza si udivano le sirene dei soldati Shinra che arrivavano per riportare l’ordine e assicurarsi che il comandante stesse bene. La gente intorno osservava il mostro e Cloud, incapace di proferire parola. Poi Cloud corse veloce in un vicolo e scomparve dalla vista. Non voleva che i suoi sottoposti gli facessero domande, non voleva che i giornalisti iniziassero ad intervistarlo. Una ragazza era morta, così come vari soldati. Non era colpa sua, si disse poi, non solo. Era colpa di chi aveva permesso ad un tale essere di esistere. Certo, tutti sapevano che i mostri erano una realtà. Essi erano creature che vivevano sulla luna e che, ogni tanto, a causa di fenomeni gravitazionali, attraversavano lo spazio e piombavano sul pianeta. Ma quel mostro non lo aveva mai visto e, d’altra parte, era impossibile che dei mostri riuscissero ad arrivare a Midgar, una città super protetta. No, quel mostro era nato a Midgar, e certo non per caso. Cloud si ricordò che gli avevano detto che la prima apparizione era stata vicino al palazzo presidenziale, al centro della città. Decise che quella sarebbe stata la sua prossima meta.
CAPITOLO 4
La stessa notte che vedeva Midgar ricoperta da nubi temporalesche, si mostrava invece in tutto il suo splendore sull’isola di Balamb. La bella città portuale che dava il nome a tutta la regione era silenziosa. Solo qualche occasionale passante si poteva notare qua e là, magari intento a prendere una boccata d’aria marina, molto salubre e pulita. Ma quella sera, la maggior parte della gente aveva ben altro da fare. Infatti al Garden di Balamb si teneva la cerimonia di conferimento dei gradi alle nuove reclute che divenivano ufficialmente SeeD. Quell’evento era sempre stato l’attrazione di maggior rilievo dell’isola, da quando il gruppo di mercenari dei SeeD era stato fondato da Cid Kramer e sua moglie Edea. Erano le nove di sera, e il parcheggio del Garden era stracolmo di automobili. Quella sera a tutti era permesso di accedere alla bellissima struttura bianca e azzurra, tutta curve, che costituiva la base dei SeeD. Non era l’unica nel mondo, ma certo era la più grande e bella. Ed era a Balamb che tutti gli aspiranti SeeD, ragazzi giovani e volenterosi, sostenevano gli esami finali per diventare membri ufficiali dell’organizzazione. Da quel momento, il loro dovere era girare per il mondo, portando a termine le missioni richieste dai clienti paganti, nel minor tempo possibile e al meglio. I SeeD erano molto famosi. Non solo erano combattenti d’eccezione, ma erano anche tra i pochi che si specializzassero nella tecnica del Junction, che li rendeva ancora più letali in battaglia. Ovviamente solo i SeeD più abili potevano permettersi di avere una GF sempre al loro fianco, ma i Guardiani del Garden erano ben disposti verso gli esseri umani e donavano i loro poteri anche ai novellini. Il Garden era completamente illuminato; i soldi non mancavano e, come sempre, si facevano le cose in grande. Il parcheggio era già pieno di automobili e molta gente era stata costretta a lasciare il proprio mezzo fuori dalla struttura principale, ai margini della strada. Qualche studente era stato incaricato di sorvegliare le macchine, nel caso qualche mostro si fosse avvicinato troppo al Garden. Infatti la struttura era costruita lontana dalla città parecchi chilometri, sperduta in mezzo ai ricchi boschi della regione; in quei luoghi allontanarsi dalla strada principale poteva essere molto pericoloso. Ma che i mostri si avvicinassero al Garden era una possibilità così remota che presto, come tutte le volte, i guardiani delle automobili avrebbero ottenuto il permesso di andare a divertirsi coi loro amici. La luna era grande e tonda, e rischiarava completamente la terrazza. C’era una leggera brezza là, e Squall si sistemò una ciocca di capelli castani dal viso, poi si voltò appoggiandosi coi gomiti al parapetto di pietra e sbuffando. Era annoiato. Quella sera ci sarebbe stata un’altra cerimoia, nuove reclute sarebbero divenute SeeD, come lui anni prima. Ma non c’era motivo di festeggiare. Quei giovani non lo immaginano, ma stanno decidendo di passare la loro vita a combattere, a rischiare, a soffrire, pensò Squall fra sé, mentre una luce di tristezza gli attraversava gli occhi azzurri. Per un attimo rivide quella ragazza così bella, l’unica persona che avesse amato e che, probabilmente, avrebbe mai amato in tutta la sua vita. Una lacrima gli bagnò il viso, passando sopra la cicatrice che gli passava tra l’occhio sinistro e il naso. Squall si voltò velocemente passandosiuna mano guantata sugli occhi e riprese a scrutare le stelle. <<Ehi Rinoa, c’è un’altra festa.>> disse amaramente parlando alle stelle. <<Spero che, ovunque tu sia, possa divertirti più di me.>> Per un attimo stette in silenzio, poi il suo sguardo scese verso le luci del Garden, passò sopra la marea di gente che entrava, si fermò sulle giovane reclute, ragazzi orgogliosi di essere diventati ciò che erano. Squall ricominciò a parlare con se stesso, rivolgendosi tuttavia a una persona che non era lì: << Sai Rinoa….quei ragazzi sono veramente abili. Hanno meritato tutti i pieni voti: meglio di me quando feci l’esame. Ma quella volta ero in squadra con Seifer e quel casinista per poco non ci fa sospendere tutti. Eh eh……Ma loro no. Loro sono stati perfetti. Io c’ero, sono stato io a valutarli. Peccato che nessuno abbia deciso di imparare ad usare la gunblade. O meglio, c’è una, ma avrà ancora molta strada da fare. Però in generale è quella che ha combattuto meglio……>> Detto questo Squall rimase zitto, lo sguardo perso nel vuoto. <<Ma cosa dico.>> disse poi, sprofondando la testa tra le braccia. <<Rinoa se n’è andata. Non tornerà più, e non può sentirmi. Perhè non dimentico?>> <<Perché hai paura di affezionarti nuovamente a qualcuno.>> Squall si girò per incrociare gli occhi azzurri della sua amica e ex professoressa, nonostante avesse sono un anno in più di lui. Squall la fissò per un istante, muto. Era molto bella, coi suoi lunghi capelli biondi, e la sua divisa da cerimonia non faceva che accentuare il suo fascino. E lui sapeva che lei lo amava, da molti anni ormai. Erano cresciuti insieme nello stesso orfanotrofio, e si erano trovati insieme anche al Garden. I sentimenti di quella ragazza per lui, che andavano oltre l’amicizia, erano palesi. Ma Squall non le aveva mai aperto il suo cuore. Sin dai tempi dell’orfanotrofio era stato un lupo solitario, freddo come il ghiaccio; solo una ragazza era riuscita a scioglierlo con il suo calore, e ora che non c’era più, il freddo era tornato in lui. <<E allora cosa dovrei fare, Quistis?>> disse Squall girandosi nuovamente. <<Dimenticare, far scorrere via tutto come se non fosse mai accaduto? Chiudere i miei ricordi in una stanza buia e gettare la chiave?>> <<Non… gettare la chiave.>> disse Quistis andando alla sua destra. <<Solo conservarla per poterla usare quande i ricordi si saranno addolciti.>> <<Piantala di comportarti come la sorella maggiore. E comunque non pensare di convincermi a gettare via il passato come fosse uno straccio sporco.>> <<Ma non capisci che ti stai facendo solo del male? Sono passati anni, Squall, anni, e tu non ti sei ancora deciso a riaprirti. Sei tornato Squall Leonheart, il guerriero solitario, lo studente del Garden che non parlava mai con nessuno, sempre a combattere, perché è l’unico modo che hai per far capire a te stesso che non sei inutile.>> <<Hai finito?>> chiese Squall seccato. Quistis si voltò per guardargli il viso, e come ogni volta, lo trovò bellissimo. Ma non c’era niente da fare, ogni volta falliva miseramente, anzi, riusciva solo a farlo chiudere ancora di più. <<S-scusami.>> disse. <<Non volevo darti fastidio. E’ che ho parlato con il cuore, perché tu sei mio amico.>> Squall si girò verso di lei: <<Lo vedi, è questo il problema!>> esclamò. <<Sono questi sentimenti che rendono la vita un viaggio sofferente. Io stavo sempre solo perché da piccolo mi avevano portato via Ellone, la mia sorellina, e il mio attaccamento per lei aveva reso quel distacco terribile. Avevo giurato a me stesso che non avrei fatto l’errore di provare sentimenti tanto forti per qualcuno. Fino a quando non venne Rinoa, e sconvolse la mia vita. Mi sono avvicinato a lei, mi sono innamorato di lei, solo per perderla e soffrire ancora. Ora basta, non volgio più che succeda una cosa del genere.>> Quistis non trovò parole per rispondergli. Voleva dirgli che comunque non c’era stata solo Rinoa. C’era anche lei, e Zell, e Cid ed Edea. C’erano gli studenti del Garden, di cui lui era il comandante. Perché Squall non si era aperto solo con la sua ragazza, ma con tutto il mondo che gli stava intorno. E Quistis e gli altri desideravano solo che lui fosse felice, che riuscisse a farsene una ragione. Ma la donna non riuscì a dire niente. Fu dopo un paio di istanti che Squall parlò nuovamente:<<Quistis, non dobbiamo più parlarci.>> La giovane si sentì crollare il mondo addosso. Cosa stava dicendo Squall? <<Sì, insomma, non voglio dire non comunicare più. Ma non voglio avere più queste chiacchierate….intime….con te. D’ora in poi solo cose professionali. Questi discorsi mi fanno ricordare che siamo amici. E io non voglio. Non voglio amici, non voglio nessuno!>> concluse lui. Quistis stava per piangere. In quella serata, su quella terrazza, Squall stava troncando la loro amicizia, e quella con tutti gli altri. Erano passati anni dalla scomparsa di Rinoa, ma Squall non era stato mai depresso come in quel periodo. Ultimamente rimuginava spesso fra sé e sé, passava il tempo solo a combattere con i mostri, non parlava quasi mai con nessuno, rifiutava tutti gli inviti a uscire dei suoi amici. Ma Quistis non avrebbe mai pensato che avrebbe detto una cosa del genere, e poi a lei. <<Se vuoi unirti un po’ al gruppo dovresti metterti la tua uniforme.>> trovò la forza di dire Quistis. Dopodichè se ne andò a passi rapidi. Squall decise che era stufo di quel posto, dove rischiava di essere avvicinato da altre persone. Perciò si avviò verso la sua stanza. Nel frattempo Quistis andò nella sala da ballo, il centro dei festeggiamenti. Vari tavoli erano stati apparecchiati e ospitavano vassoi pieni di rinfreschi; molti degli ospiti erano già entrati, vestiti con eleganti abiti da sera, e ovviamente la sala era anche piena di SeeD e aspiranti SeeD, i primi vestiti con le loro sgargianti uniformi scure con ricami dorati. Quistis decise di non farsi rovinare la serata dalla discussione avuta con Squall, e andò ad un tavolo per assaggiare qualche salatino. Era appena giunta, che un ragazzo le si avvicinò e le chiese timidamente se in una delle serate successive gli avrebbe concesso di uscire insieme. Quistis sorrise e accettò l’invito. Non era la prima volta che usciva con quel ragazzo, uno dei più sfegatati membri del Quistis Trepe Fan Club, perdutamente innamorato di lei, troppo timido per dirglielo. Lei, d’altro canto, si sentiva lusingata delle attenzioni che riceveva, ma tutta la sua persona era volta verso un altro ragazzo, che però non la ricambiava. Quelleuscite che lei definiva “tra amici” servivano a tirarle su il morale. Felice il ragazzo si allontanò, riuscendole anche a strapparle la promessa di un ballo quando l’orchestra avesse cominciato a suonare. <<Ehi, ciao Quistis. Che bella festa vero? E quanta gente! Non vedo l’ora di assaggiare questi salatini. E quei dolcetti. Anche se in realtà i panini della mensa sono sempre i migliori. E poi, non so quanta cura ci abbiano messo per preparare questa roba. Spero che i cuochi siano stati bravi. E….>> <<Zell, per favore, fammi respirare almeno.>> disse Quistis in tono seccato. <<Scusami Quistis.>> rispose Zell, un ragazzo dell’età di Squall, con capelli biondi con la cresta, un tatuaggio sulla parte sinistra della faccia. <<Non volevo infastidirti.>> <<No, non è colpa tua. E’ che sono un po’ triste. Non volevo essere sgarbata.>> gli rispose lei con gli occhi bassi. <<Non preoccuparti. Capita a tutti di avere dei momenti duri. Ehi, senti, hai visto Squall? Spero che voglia venire anche lui alla festa.>> chiese Zell, prima di zittirsi notando che Quistis si intriva ancora di più. <<Squall…….avete litigato.>> Era un’affermazione, non una domanda, e Quistis si stupì come ogni volta che Zell calava la sua maschera di eterno bambino per rivelare l’uomo sensibile celato dietro. Dopo un lungo sospiro gli rispose: <<non proprio…o meglio, in un certo senso è stato peggio. Ha detto delle parole molto dure verso di me, te….tutti.>> <<Non preoccuparti Quistis. Vedrai che solo un altro dei suoi momenti neri.>> <<Spero veramente che sia così. Ha detto di voler troncare i suoi rapporti con tutti.>> <<Non credo che lo farà. Certo, da quel fatto è ritornato ad essere un solitario. Ma Rinoa era riuscita a cambiarlo e certo non tornerà ad essere come tanti anni fa, quando si allenava per diventare SeeD. E la riprova è il fatto che ti abbia detto tutte queste cose; tu sei sua amica, gli sei molto cara, e te l’ha detto perché sapeva che vedendoti avrebbe cambiato idea. Tiene troppo a noi, specialmente ora che Rinoa non c’è più. Adesso pensa a rilassarti e a goderti i festeggiamenti. E vedrai che il nostro musone farà la sua comparsa entro la mezzanotte.>> <<Grazie Zell.>> mormorò Quistis. Lui non rispose, si limitò a fare un grande sorriso, prima di dedicarsi alla sua personalissima “caccia al panino più buono”, alla fine della quale avrebbe avuto il mal di pancia per un giorno intero. Adesso Quistis non si sentiva più tanto triste. Zell Dincht era un ragazzo d’oro. Mentre Quistis veniva avvicinata e consolata da Zell, Squall camminava per il corridoio silenzioso che portava alla sezione dei dormitori. La luce della luna e la brezza tiepida entravano dalle ampie finestre ai lati, dalle quali si poteva vedere uno dei tanti cortili circostanti il Garden. Proprio in uno di quei cortili, vicino ad un albero sotto il quale la notte era completamente nera, Squall vide qualcuno agitare una lama. Incuriosito, cambiò direzione e, scavalcando la bassa finestra, si avviò sul tappeto erboso. Presto alle sue orecchie giunse la voce di una ragazza che, apparentemente, aveva deciso di allenarsi nonostante la festa. Avvicinatosi un po’ di più, Squall la riconobbe. Era Tara. La giovane stava impugnando una gunblade, una con inciso il simbolo del leone. <<Tara, cosa ci fai qui? E con la MIA gunblade?>> disse Squall sorpreso e leggermente infastidito. Tara, che si era fermata appena accortasi del nuovo venuto, gli mostrò un largo sorriso: <<Scusami, ma volevo allenarmi con una gunblade da uomini. Così le mie braccia potranno allenarsi, e in battaglia, con la mia gunblade, riuscirò a dare il meglio.>> Squall accennò un mezzo sorriso: <<E come hai preso la mia spada?>> disse. <<E’ bastato forzare la serratura della tua camera. Non ti preoccupare, non ho rotto niente e adesso te la restituisco.>> <<Sei sempre la solita.>> disse Squall scuotendo il capo. Era proprio vero, Tara non cambiava mai. Era arrivata al Garden che aveva dodici anni e ora, cinque anni dopo, era pronta a diventare una SeeD: mancava solo la cerimonia di questa sera. <<Andiamo.>> disse il SeeD. <<Mettiamo le armi a posto.>> Mentre si incamminavano verso la sua stanza, Squall non potè fare a meno di ripensare agli ultimi anni, durante i quali Tara, la sua allieva, lo aveva aiutato a dimenticare il dolore della perdita di Rinoa, sebbene per brevi istanti. La ragazza, infatti, era l’unica delle nuove reclute SeeD che aveva deciso di specializzarsi nell’uso della gunblade, arma difficilissima da padroneggiare. Poiché era una donna e il suo corpo era minuto, utilizzava un modello dalla lama più sottile e leggero, con un’impugnatura più adatta alle sue piccole mani. Inoltre si era tagliata i capelli rossi e lisci sopra le spalle perché non le dessero fastidio nelle battaglie. Molti la definivano un “maschiaccio”, ma a lei non importava. E nemmeno a Squall: lei era la più promettente candidata a diventare SeeD e, nonostante la differenza di età, era una sua amica. Ripensando a quella parola Squall fece una smorfia. Voleva non avere più amici, ma non poteva; i suoi amici erano tutto per lui, e non voleva perderli. Non importava che fosse per disgrazia o per sua scelta, il dolore sarebbe stato uguale. Mentre entravano nella sua stanza, Squall capì che avrebbe dovuto scusarsi con Quistis. Squall ripose la sua gunblade nella custodia, poi disse a Tara che la festa era già iniziata e che rischiava di perdersi un evento molto importante della sua vita. Tara non se lo fece ripetere due volte e, dopo avergli sorriso, corse al dormitorio comune, dove vivevano le reclute. Intanto Squall chiudeva la porta e cominciava a svestirsi. Mentre metteva da parte il suo abito nero e si vestiva con la bella ed elegante uniforme SeeD, Squall ripensò per un attimo al passato, poi a ciò che aveva detto a Quistis, infine a Tara, che gli ricordava così tanto Rinoa quando aveva quell’età, all’epoca del loro primo incontro in una sala da ballo affollata per festeggiare la promozione delle nuove reclute SeeD. <<E’ proprio una brava ragazza.>> disse a se stesso. <<E’ contemporaneamente simile a mee a lei. Incredibile.>> Detto questo si dette un’ultima sistemata ed uscì. Erano ormai le dieci di sera, ma la festa era appena iniziata. Squall entrò nel salone affollato, illuminato a giorno, e si fermò per guardarsi intorno. Ad un tratto si accorse di Zell che, in un angolo, mostrava le sue capacità con le arti marziali a delle giovane reclute che avrebbero dovuto aspettare almeno due anni prima di poter sostenere l’esame finale. Squall raggiunse l’esuberante amico proprio mentre questo compiva un salto mortale all’indietro, concludendo così la sua esibizione. <<Bravissimo.>> disse Squall. <<E cosa riservi per dopo?>> Zell, accortosi di lui, replicò: <<Caro mio, il meglio di Zell Dincht non esiste, perché io miro sempre verso l’alto.>> <<soprattutto per quanto riguarda la modestia.>> rispose Squall. <<Già, già.>> gli disse di rimando Zell. Poi battè le mani e si inchinò all’indirizzo del suo compagno, dicendo: <<E’ bello che il comandante Squall Leonheart ci onori della sua presenza. Se si è dimenticato la forma di questo posto, che non frequenta molto spesso, l’umile Zell sarà felicissimo di fargli da guida turistica.>> <<Sei molto spiritoso.>> disse Squall. <<Ma dimmi, dov’è Quistis?>> Con uno sguardo complice Zell rispose: <<ho capito, prima vuoi pensare alle cose fondamentali, come al tuo solito. E fai bene. Guarda, è laggiù.>> <<Grazie Zell!>> Mentre Squall si allontanava, Zell lo chiamò un’ultima volta: <<Ehi, cerca di essere più espressivo!>> Squall si voltò nuovamente fingendo di essere seccato, mentre in realtà era molto felice. <<Bene, le cose procedono per il meglio.>> pensò Zell mentre osservava i suoi due amici che parlavano vicino ad un tavolo, riconciliandosi. Il ragazzo non poteva sentire ciò che si dicevano, ma le espressioni di entrambi gli fecero capire che quell’episodio era stato lasciato indietro, e che per tutto il resto della serata si sarebbero divertiti. Passò una buona mezz’ora, e cominciò la musica, e i balli, che non si sarebbero conclusi fino a mezzanotte. Ad un certo punto, Zell si sentì toccare una spalla e si girò. <<Oh, ciao Tara, ce ne hai messo per venire.>> disse Zell, cercando di impedire alla sua voce di bloccarglisi in gola; infatti Tara, nella sua uniforme SeeD, con i capelli appena lavati e lisciati, era veramente bella: stelle splendevano nei suoi verdi occhi. <<Dovevo darmi una sistemata, Zell. Dopo tutto da domani sarò una SeeD; questo è un giorno importante.>> disse Tara. <<Ci puoi scommetere.>> rispose Zell. <<La stessa cosa è stata per me e Squall. Anche se lui ncercava di non darlo a vedere. E poi è cominciata la nostra avventura. Ricorda, questo giorno segna il tuo arrivo in un nuovo mondo.>> Tara avrebbe avuto modo molte volte di ripensare alle parole di Zell dette quella sera, perché esse si rivelarono profetiche. Ma al momento non ci fece caso e chiese a Zell dov’era Squall; voleva infatti farsi vedere dal suo comandante. Quando lo raggiunse, Squall stava ancora parlando con Quistis, ma non più di cose tristi o grandi decisioni, ma piccolezze e battute che ebbero il potere di farli sorridere entrambi. <<Buona sera Squall. Ciao Quistis.>> disse Tara, mettendosi ritta perché l’uniforme, dagli stivali, alla gonna, alle spalline, si mostrasse in tutto il suo splendore. <<Ohh, sei magnifica.>> disse Quistis. <<Questa uniforme ti dona proprio.>> <<e tu Squall, cosa ne pensi?>> chiese Tara sorridendo maliziosamente. Come tutti conosceva la timidezza del ragazzo e in molte occasioni se ne approfittava per metterlo a disagio. E anche questa volta ci riuscì. <<Sì, beh, ecco….carina.>> disse Squall impacciato, facendo finta di guardare in un’altra direzione. Tara scoppiò a ridere, e diede delle pacche sulla spalla del suo comandante e amico, cominciando a chiacchierare allegramente con i due. Dopo un po’ Quistis decise che era il momento di mantenere una promessa e, sorridente, andò a fare compagnia al suo spasimante. Squall e Tara rimasero invece vicino al tavolo, continuando a parlare. Squall continuava a ripeterle che avrebbe dovuto impegnarsi ancora di più dopo essere diventata SeeD, che avrebbe dovuto allenarsi duramente se sperava di poterlo battere un giorn; a Tara piacevano molto questi discorsi, anche se era più interessata all’aspetto avventuroso del tutto, piuttosto che a quello tattico-strategico di Squall. In generale, comunque, passarono una bella serata, interroti di tanto in tanto da Zell che arrivava, prendeva qualcosa da mangiare e se ne andava. Stava per arrivare la mezzanotte, e i nuovi SeeD sarebbero stati presentati a tutti i partecipanti alla festa. Stava per esserci l’ultimo ballo, un lento con luci soffuse, alla luce della grande luna che faceva capolino dalla vetrata superiore. <<Danzi con me?>> chiese Tara con un largo sorriso. <<Come scusa?>> chiese Squall sorpreso. <<Vorrei ballare, e tu sei il più carino qui.>> rispose Tara con un sorriso. Squall era ammutolito. Quelle parole lo riportarono indietro nel tempo. <<Potrei provare ad ipnotizzarti.>> disse Tara mettendo una mano davanti alla sua faccia con fare scherzoso. A quel punto Squall si riprese e disse: <<Niente ipnosi, sarò felice di ballare con te.>> E, in men che non si dica, i due vorticavano al centro della sala da ballo, con movenze leggiadre. Tara era molto felice: non avrebbe mai immaginato che il suo comandante avrebbe ballato con lei, ma rischiare la domanda era valso. Squall per lei era un grande amico, era colui che l’aveva aiutata a diventare quello che era, gli era grata. Era l’unica persona con cui voleva ballare quella sera. E il suo desiderio era stato esaudito. Anche Squall era contento, quel ballo lo riportava alla sera della sua promozione, al primo incontro con Rinoa, ma non gli procurava tristezza, perché ora quei momenti erano tornati presenti, e poteva illudersi di avere Rinoa tra le braccia. Inoltre, per un breve istante, vide Quistis che danzava con il suo cavaliere, sorridente, e fu felice per lei, poiché anch’ella era riuscita ad abbandonare i suoi problemi in quella notte magica. Squall e Tara ballarono a lungo, mentre la musica proseguiva, fino al culmine; le luci si spensero e cominciarono i fuochi artificiali, che illuminavano il salone di colori meravigliosi, irreali, quasi non ci si trovasse più in un luogo terreno, ma in un sogno cangiante. Persi in quel mare di luci, i due si fermarono per ammirare il cielo, come era accaduto tanto tempo prima tra Rinoa e il suo amato. Quando lo spettacolo fu concluse, apparvero in persona Cid Kramer, un uomo non più giovanissimo, capelli corti castani e il suo solito ghiacchino rosso, e sua moglie Edea, la strega protettrice di Balamb; era una donna molto affascinante, vestita con cura, i lunghi capelli neri che le cadevano lisci sulla schiena, il trucco perfetto. Quello era il momento che Tara aspettava con ansia, perché i due chiamarono a sé i nuovi SeeD, e consegnarono loro, di fronte a tutti, la medaglia che si erano meritati; finalmente entravano a far parte a tutti gli effetti dell’elite dell’accademia. Seguirono lunghi minuti di applausi scroscianti, prima che la festa riprendesse ancora più lieta. Tara era al settimo cielo e andò a ricevere le congratulazioni di Squall, Zell e Quistis, che la stavano aspettando tutti insieme, felicissimi pure loro. Per i tre SeeD Tara era una persona molto speciale e la sua entrata tra i SeeD era una vera soddisfazione. Quando i complimenti, gli scherzi, le risate si conclusero, essi si separarono nuovamente. Tara andò a divertirsi con gli amici della sua età, e Zell, con un improvviso mal di pancia, si ritirò momentaneamente. Squall e Quistis rimasero nuovamente da soli, ma non parlarono. Volevano entrambi godere al massimo di quella serata. Inoltre Squall stava aspettando l’arrivo di una persona: un inviato della Corporazione Shinra, con il quale avrebbe dovuto discutere un ingaggio. Così, quando un uomo alto, di mezza età, con i capelli corti e neri, leggermente brizzolati, fece il suo ingresso nella sala da ballo guardandosi intorno come se cercasse qualcuno, Squall gli andò incontro, seguito da Quistis. Avvicinandosi, non potè fare a meno di notare lo strano modo di vestire di quel tipo: portava degli occhiali da sole sul naso, e una lunga tunica rossa; ma il braccio sinistro non era infilato nella manica, ma era piegato e poggiava sulla cintura alla quale era appesa una fiasca contenente un qualche tipo di liquido. Segno particolare, una lunga cicatrice che partiva dall’attaccatura dei capelli e arrivava in fondo alla guancia, passando per l’occhio destro, chiuso. <<Buona sera.>> disse Squall, senza però porgere la mano al suo interlocutore, che comunque sembrò non essere interessato ai convenevoli. <<Immagino che lei sia ventuo per……>> <<Squall Leonheart?>> lo interruppe l’uomo. L’affermazione sorprese sia Squall che Quistis. <<Sì, sono io, ma lei come sa il mio nome?>> chiese il SeeD. <<Non importa…….Vedo che c’è anche Quistis. Felice di incontrarti.>> Quistis rispose con un cenno del capo, incapace di spiccicare parola. Per fortuna intervenne Squall, cercando di rimanere il più freddo possibile. <<Tu chi sei?>> chiese senza mezzi termini. L’altro sorrise e disse: <<Aspettiamo che arrivi anche Zell prima di rispondere alle domande.>> <<Parla ora.>> disse Squall brusco. <<Zell ha dei problemi e probabilmente non verrà. Si è già ritirato nei suoi alloggi.>> <<Lo vedremo.>> disse l’uomo misterioso. In quel momento Zell comparve nella sala da ballo. Sembrava essersi ripreso dal mal di pancia, e stava cercando i suoi compagni. Quando si fu accorto di loro li raggiunse velocemente. <<Zell, stai bene?>> domandò Squall all’amico, sconcertato dal fatto che il suo interlocutore sembrava sapere che gli eventi si sarebbero svolti proprio in quel modo. Zell rispose affermativamente, poi notò il nuovo arrivato, ma prima che potesse fare una qualsiasi domanda, quello ricominciò a parlare: <<Il mio nome è Auron. Sono un viaggiatore, studioso del passato, osservatore dei grandi eventi che si stanno mettendo in moto.>> <<Tu non hai relazioni con la Corporazione Shinra.>> disse Squall. <<Certo che no.>> rispose Auron. <<E se vi può interessare sono stato veramente poche volte sul continente dell’est. Io sono di Spira.>> Incredibile, pensò Squall, un’abitante di Spira. Gli abitanti di quel continente, sperduto a sud di Centra, sotto l’equatore, erano dei convinti isolazionisti. A parte i cosidetti Albhed non credevano nella tecnologia, cercando di farne uso il meno possibile. Erano un popolomolto religioso, gente severa che viveva per la maggior parte in modo spartano. Ovviamente c’erano le eccezioni di Luca, città molto bella e famosa per i tornei di blitzball, il loro sport nazionale, e Bevelle, la sede del loro clero. A causa del loro credo, gli abitanti di Spira, o meglio, quelli che sapevano qualcosa del mondo esterno, vedevano gli altri popoli del mondo come pericolosi, e avevano con essi il minor numero di rapporti possibile. Invece davanti a Squall ce n’era uno che dichiarava di essere un viaggiatore, e uno studioso del mondo: tutto il contrario di quanto ci si aspettava. E la cosa più sorprendente erano le informazioni che sembrava possedere. Anche sé, a pensarci bene, finora Auron aveva dimostrato di conoscere i loro nomi, che poteva aver sentito ovunque nel Garden; e forse aveva intravisto Zell poco prima di entrare, cogliendo l’occasione per mostrare di avere poteri paranormali. La cosa da capire era la motivazione di tutto ciò. <<Ma sono anni che non mi reco più là.>> continuò Auron. <<Il mondo è molto vasto, e per farmene un’idea ho dovuto usare molto del mio tempo. Ma ora non ne ho più. La storia sta iniziando, e dalle prime righe si deciderà la conclusione. Ascoltate bene quello che devo dirvi.>> <<Vai avanti.>> disse Squall, resistendo alla tentazione di chiedere il significato di quelle misteriose parole. <<In realtà non ho molto da dirvi. Solo, cercate di non farvi fuorviare mentre percorrete la vostra storia. Dalle vostre scelte dipenderà il futuro. Io non posso dirvi cosa fare, ma posso dirvi che colui che sembra malvagio non lo è, colui che sembra buono, può sempre cadere nelle tenebre. Non dite di conoscere la trama di un libro prima di essere giunti all’ultima pagina.>> <<Adesso basta.>> interruppe Zell. <<Queste cose sono senza senso. Se vuoi farci credere di essere una specie di indovino o mago ti sbagli di grosso. L’unica cosa che fai è rovinarci la festa.>> <<Calmati Zell.>> disse Quistis; poi, rivolta ad Auron. <<Se tu fossi più preciso potremmo anche darti credito. Ora come ora, credo che Zell non abbia tutti i torti nei tuoi riguardi.>> <<Lo so.>> disse Auron. <<Ma questo è il destino e non può accadere diversamente. O forse no. La scelta è vostra. Arrivederci.>> Si voltò e incamminò verso l’uscita. Zell voleva fermarlo per chiedergli altro, ma Squall lo trattenne. <<Lascialo Zell, è solo uno in vena di scherzi. C’e’ pieno di gente così, e questa sera tutti possono entrare nel Garden.>> Queste motivazioni bastarono a convincere Zell, che si allontanò per passare l’ultima parte della nottata senza pensare a quel tipo strano. Squall, invece, non era troppo convinto che Auron fosse solamente un cialtrone, ma non disse più nulla al riguardo, e sperò vivamente che l’emissario della Shinra non tardasse oltre. E, per fortuna, finalmente arrivò. Anch’egli non era un tipo che passava inosservato: aveva lunghi capelli neri e una fascia rosse intorno alla fronte; lo sguardo era freddo, quasi inespressivo; i suoi abiti, per quello che si poteva vedere, erano neri, coperti da un mantello rosso. Ma la cosa più strana era la protesi a forma di artiglio che partiva dall’avanbraccio sinistro. Però questa volta era veramente la persona tanto attesa, come Squall capì dopo essrsi avvicinato e presentato. <<Sono Squall Leonheart, Comandante SeeD. Sono felice che sia arrivato.>> <<Dammi del tu.>> rispose l’altro, con una voce lenta e fredda. <<Il mio nome è Vincent, Vincent Valentine. Il piacere è mio nell’incontrare un compagno combattente. Io sono un Turk.>> <<Un’agente segreto della Shinra.>> disse Squall parlando a voce bassa. <<Esatto. Ovviamente c’è un motivo particolare per cui sono stato scomodato, e spero di non aver fatto un viaggio a vuoto.>> <<I tuoi superiori hanno già pagato all’accademia un sostanzioso anticipo. Questo basterebbe a dare il meglio di noi stessi. Ma non fraintendermi; noi siamo comunque dei PROFESSIONISTI.>> Come al solito Squall mise il massimo dell’enfasi in quella parola, poiché era molto orgoglioso di ciò che era e di ciò che rappresentavano i SeeD. <<Benissimo, era il genere di risposta che speravo sentire.>> ribattè quello. <<Non vedo l’ora di vedervi all’opera…..se ne avrò l’opportunità.>> <<Di che genere di lavoro si tratta?>> chiese Squall. <<Mi dispiace, ma non posso rivelare troppi dettagli. E’ un affare piuttosto complicato, e i miei capi ci hanno pensato più volte prima di decidere di coinvolgere quelcuno di esterno. Ma alla fine è risultato che voi siete i migliori. Inoltre è risaputo che si può contare sulla vostra discrezione.>> <<E i SOLDIER? Dovrebbero essere abili soldati. C’è chi sostiene siano meglio di noi.>> <<Questo è un problema di carattere diverso. C’è di mezzo della politica che ci impedisce di agire come vorremmo…….o coinvolgendo membri del nostro esercito. Per tornare al vostro ingaggio. Posso dire che dovrete cercare una persona.>> <<Tutto qui?>> <<Tutto qui.>> Squall era dubbioso. Il suo interlocutore non aveva cambiato espressione dall’inizio della conversazione, per cui non riusciva a capire se stesse nascondendo qualcosa. Ma cercare una missione sembrava una cosa troppo ridicola. Comunque decise di agire in maniera professionale, cioè non pose domande. Vincent consigliò: <<Se siete d’accordo, vi scorterei il prima possibile. C’è un piccolo aereo fuori dal Garden col quale potremo giungere a Midgar in poco tempo.>> <<Temo che per qualche giorno non potremo venire. Abbiamo da completare le formalità per l’entrata nell’accademia di alcune nuove reclute e, ovviamente, dobbiamo equipaggiarci a dovere.>> <<Non c’è problema.>> disse Vincent. <<La Corporazione non mi ha detto niente in merito ad un qualche limite di tempo. Vi prego però di non prolungarlo troppo.>> <<Potete sempre ingaggiare degli altri SeeD.>> <<Non credo. La Corporazione Shinra vuole sempre il meglio, e il tuo curriculum è strepitoso. Sei tu il meglio qua dentro. Per quanto riguarda l’equipaggiamento, potremmo dotarvi noi di tutto ciò di cui avete bisogno.>> <<Ti ringrazio, ma non credo che potreste darci ciò di cui abbiamo veramente bisogno.>> >>E’ vero!>> esclamò Vincent con un lampo negli occhi. <<Specialmente per quanto riguarda le gunblade. Sono armi affascinanti, ma difficilissime da usare. La Shinra aveva progettato una volta di costituire un plotono di maneggiatori di gunblade. Ma troppo pochi, anche se membri del SOLDIER, hanno la stoffa per diventare bravi con quelle armi e alla fine il progetto fu accantonato.>> <<Interessante.>> mormorò Squall. <<Comunque, per questi giorni sarai ospite da noi, Vincent Valentine. Vai pure al dormitorio. Ti daranno una stanza.>> <<Grazie, e a presto.>> disse Vincent. Dopo ciò, non successe nient’altro di particolare durante tutta la serata. Pian piano la gente stanca si congedò e il parcheggio del Garden si svuotò. I suonatori rimasero un po’ di più nella sala da ballo, perché dovevano smontare i loro strumenti; a far loro compagnia, un gruppo di reclute incaricate di togliere il cino dai tavoli e fare una pulizia preliminare, che sarebbe continuata il giorno dopo. Squall andò a dormire alle tre di notte. Si sentiva strano. Era riuscito a riappacificarsi con Quistis, a trovare un po’ di pace con se stesso grazie a Tara, a divertirsi per merito di Zell. Ma Vincent Valentine e soprattutto Auron gli avevano instillato dei dubbi che continuarono a ronzargli in testa anche durante il sonno.
CAPITOLO 5
Il mattino dopo, sul tardi, Tara trovò Squall che beveva un caffè comodamente seduto ad un tavolino del bar del Garden. <<Comandante Squall!>> disse affannata: lo aveva cercato frettolosamente per più di mezz’ora. <<Ciao Tara.>> rispose lui. <<Ho sentito che sei stato ingaggiato da uno della Shinra.>> <<Esatto. Tra qualche giorno partirò per Midgar.>> Una luce si accese negli occhi di Tara: <<E hai già deciso chi saranno i membri della tua squadra?>> chiese, speranzosa. <<Forse. Penso che con me verranno Zell e Quistis. Sono i migliori ed esperti.>> A queste parole il volto di Tara si incupì. Sempre in piedi, fremente, chiese a Squall: <<Solo loro due? Sei sicuro che non ci sia bisogno di una terza persona.?>> Squall non la guardò neppure in faccia. <<Se vorresti proporre te come terzo compagno, scordatelo! Questa missione ci viene pagata profumatamente. Non posso permettermi di avere una novellina con me. Tutto deve andare alla perfezione.>> Tara non seppe cosa dire. Squall aveva ragione, lei era una novellina. Ma non riusciva e credere che lui la trattasse in quel modo. Corse via, arrabbiata ed affranta. Mentre stava uscendo dal locale, quasi travolse Vincent, prima di proseguire nella sua corsa; l’uomo le lanciò un’occhiata incuriosita, poi andò a sedersi al tavolo di Squall. <<Salve comandante Leonheart. Spero tu abbia già avuto qualche idea in merito all’organizzazione del tuo gruppo.>> disse Vincent. <<Ho già pensato a qualcuno.>> <<Molto bene. Prima è meglio è. A proposito, chi è quella ragazza.?>> <<Si chiama Tara. E’ diventata una SeeD giusto ieri.>> <<E immagino che volesse già partecipare a una missione.>> disse Vincent ridendo. <<Scommetto che voleva che tu la portassi con te a Midgar.>> <<Esatto, ma non voglio certo delle bambine con me.>> In realtà Squall non voleva portare con sé Tara, perché all’improvviso, quella mattina, si era accorto di avere paura per la sua incolumità. Sapeva che la giovane si sarebbe mostrata un valido alleato per qualsiasi tipo di missione, ma non voleva perderla. Non voleva più dire addio ad una cara amica. In realtà, se fosse stato per lui, nemmeno Zell e Quistis sarebbero venuti, ma non sarebbe riuscito certo a far cambiare idea a coloro che lo avevano aiutato tante volte. Contemporaneamente Tara era uscita dal Garden, e si era finalmente fermata al limitare del bosco. Durante la corsa aveva avuto modo di pensare e si era avvicinata a scoprire le vere motivazioni del suo comandante. Ma non voleva crederci. Prima o poi sarebbe dovuta partire in missione, quello che voleva Squall non era possibile; lei non poteva rimanere per sempre tra le mura protettive del Garden. Ad un tratto si accorse di un uomo vestito di rosso poggiato ad un albero. Vicino a lui era posata un’enorme spada. Quando egli le fece un cenno col capo, lei si avvicinò. <<Salve Tara, il mio nome è Auron.>> disse quello. Lei lo guardò incuriosita, poi si accorse di averlo intravisto mentre parlava con Squall, Quistis e Zell la sera prima. <<Ti ho già visto ieri sera. Cosa vuoi da me?>> chiese Tara. <<So che desideri partire in missione con Squall.>> rispose Auron. <<Ma lui non accetterà mai a prenderti con sé. Non vuole perderti come successe a Rinoa.>> <<E tu che ne vuoi sapere?>> rispose Tara brusca. Auron la fissò tristemente. <<Io so molte cose.>> disse. <<Anche se vorrei non doverle sapere. Ma la mia strada è stata già tracciata, e devo arrivare alla mia destinazione. E anche tu devi percorrere la tua strada. Ora puoi ancora scegliere, ma quando avrai imboccato il sentiero, non potrai più tornare indietro.>> <<Cosa intendi dire?>> <<Ho una missione da affidarti, e sarà molto difficile.>> <<Una missione? Che genere di missione?>> <<Dovrai accompagnarmi in un viaggio. Un viaggio molto pericoloso, alla ricerca di informazioni.>> <<Informazioni su cosa?>> domandò Tara. <<Su molte cose, ma adesso non posso parlartene. E devo anche dirti che per la prima parte del viaggio sarai da sola. Ci incontreremo a Junion Harbour, sulla costa del continente dell’est. Da lì partiremo per cercare la Biblioteca Perduta. Vuoi altri particolari?>> <<Dimmi tutto.>> disse Tara. Cloud Strife, Comandante dei SOLDIER, era giunto finalmente ai piedi del grande palazzo dove la Corporazione Shinra aveva sede. Quell’enorme grattacielo era la struttura centrale della città, e tutti gli otto settori convergevano lì. Intorno ad esso, una vasta zona di palazzi più piccoli, ospitanti in prevalenza uffici. Mentre le luci di questi ultimi erano per lo più spente, il palazzo era ancora illuminato a giorno, nonostante fosse notte inoltrata: la Shinra non dormiva mai. Clloud si guardò intorno per un bel po’, in cerca di qualche indizio che lo potesse condurre alla soluzione del mistero dell’apparizione del mostro. Aveva smesso ormai di piovere; guardando il cielo, Cloud potè vedere, oltre la cappa di smog, le nubi che si aprivano per rivelare le stelle che erano nascoste dietro. Dopo qualche minuto passato senza trovare niente, il giovane si accorse di un movimento nell’atrio del palazzo. Istintivamente si portò vicino ad un muro in ombra, anche se in realtà sapeva che non aveva niente da temere: infatti la persona che stava uscendo, scortata da dei soldati completamente rivesti9ti da un’armatura, non era altri che Hojo. Lo scienziato si guardò intorno, poi i sette uomini si diressero verso una palazzina decadente a un centinaio di metri di distanza. Cloud sospirò. Probabilmente Hojo stava andando a condurre qualche esperimento. Niente di male, pensò. Dopo tutto era grazie all’infusione di Mako, processo studiato da quella mente geniale, che Cloud era potuto diventare così forte. Si apprestò a fare un giro dell’isolato, conscio del fatto che non avrebbe trovato nulla. Ma ad un tratto la forza dei suoi stessi pensieri lo costrinse a fermarsi, e la parola ESPERIMENTO si presentò vivida nella sua mente, con suo sommo stupore e angoscia. Hojo conduceva esperimenti, esperimenti nel cuore della notte; invece di farli all’interno del palazzo, andava in un qualche luogo nascosto dentro una palazzina dall’aspetto decadente: l’intera faccenda era molto sospetta. Il SOLDIER decise di incamminarsi nella stessa direzione dello scienziato. Mentre posava i piedi uno davanti all’altro, cercò di convincersi che il suo dubbio era infondato, che Hojo, il successore del grande Gast, non poteva aver generato quel mostro. Non era concepile che la mente che aveva portato Midgar alla prosperità fosse dietro la nascita di quell’aberrazione. Ma il dubbio si era ormai fatto strada dentro il ragazzo, e l’unico modo per eliminare le incertezze era controllare. Cloud era giunto di fronte al portone della palazzina. Sebbene preoccupato, voleva credere di non dover temere nulla. Quindi bussò. Uno dei soldati dai tratti indiscernibili aprì di scatto la porta. Da sotto l’elmo, una voce sgradevole gli intimò di andarsene, poiché quella era una zona riservata al personale scientifico della corporazione. A chiunque quella frase sarebbe bastata come scusa per fare dietro front ed andarsene. Ma Cloud doveva essere sicuro, e tentò di far leva sulla sua posizione. <<Sono il Comandante Cloud Strife, membro del SOLDIER. Ho visto il professor Hojo entrare qui dentro, e vorrei chiedergli una cosa.>> disse. <<Ti stai sbagliando. Al momento non c’è nessuno.>> gli fu risposto in tono aspro. <<Non è possibile. So che Hojo è entrato qua dentro. Voglio vederlo.>> disse Cloud, che iniziava ad insospettirsi . <<Fammi entrare!>> disse scostando di lato la guardia e ponendo piede all’interno della struttura. Mentre la guardia chiudeva la porta, potè accorgersi che l’intera palazzina non era altro che un guscio vuoto. La pianta era quadrata e una passatoia metalloica correva lungo il bordo delle pareti, a vari metri di altezza. Ci si poteva accedere tramite una scala a pioli, di ferro, alla sua destra. In realtà, a parte due delle guardie, non c’era niente di interessante sulla passatoia. Ciò che attirò l’attenzione del SOLDIER fu la piattaforma circolare sita dalla parte opposta rispetto al portone: quella piatttaforma doveva condurre in qualche posto sotterraneo, e a guardia c’erano i rimanenti tre soldati. Cloud era arrivato al centro; ora si sentiva nervoso. Le due guardie sulla passatoia saltarono a terra: nonostante l’altezza, non si fecero nulla, e si avviarono verso di lui. Anche i tre che stavano dall’elevatore gli si stavano facendo incontro. Dietro poteva sentire i passi del sesto. <<Ripeto che voglio parlare con Hojo. Sono Cloud Strife.>> ripetè. Gli rispose quello di fronte: <<Hai fatto un grosso errore ad impicciarti di affari che non ti riguardavano, Strife. Ora dovremo metterti a tacere.>> <<Ma cosa dite!?>> escalmò Cloud, ma non fece in tempo a finire la frase, che i tre scattarono in avanti. Non avevano armi. Cloud sapeva di essere più forte, quindi rimase fermo ad attenderli; se volevano il corpo a corpo non si sarebbe tirato indietro. Così schivò i primi due assalitori, che lo assalirono da destra. Si accorse troppo tardi che quella era solo na strategia, poiché il terzo di loro, che lo assalì da sinistra, lo centrò allo sterno. Un’ondata di dolore si propagò nel corpo di Cloud, che sentì le ossa schriocchiolare mente volava all’indietro. Ruzzolò per qualche metro, e rimase fermo, a pancia a terra, ansimante. <<Maledetti, siete SOLDIER.>> disse Cloud, con ancora il respiro che gli mancava. <<Sbagli!>> disse il soldato che gli aveva aperto il portone. Un calcio lo costrinse a girarsi e a fissare l’uomo che stava in piedi di fronte a lui. Con la coda dell’occhio potè vedere che i soldati di lato stavano osservando con interesse la scena; non sembravano intenzionati a muoversi. Anche i tre che lo avevano attaccato si erano fermati. L’uomo in armatura fissò Cloud Strife. Poi ripetè: <<Ti sbagli, umano. Noi siamo molto meglio dei SOLDIER.>> Quando si tolse l’elmo, Cloud fu colto da un’ondata di nausea: sopra di lui stava una creatura che non poteva dirsi umana, dal volto butterato, fauci aguzze, e la faccia rossa e piena di bubboni sormontata da delle strane escrescenze tentacolari, che sostituivano i capelli; gli occhi erano gialli e felini. <<Noi siamo superiori a tutti voi. Ora non ti resta che morire!>> esclamò il mostro, mentre i suoi compagni, che si erano tolti gli elmi anch’essi, emettevano dei suoni gutturali che potevano essere risate. Il suo piede si mosse; la testa di Cloud era il suo obiettivo. Ma egli rotolò di lato, e la scarpa colpì il cemento lasciando un buco. Rabbrividendo Cloud osservò per un attimo il mostro che ritirava la gamba e si voltava verso di lui; i suoi compagni si stavano avvicinando. Cloud decise che non poteva fare altro se non eliminarli. Si slacciò il fodero ed estrasse la spada, alzandosi eretto nonostante il dolore allo sterno; la buster sword scintillava di una fredda luce metallica, mentre egli la reggeva con entrambe le mani, ritta dinanzi a sé. Il nemico non gli diede il tempo di pensare a nessuna strategia, perché gli saltò addosso; egli mosse le mani verso le braccia del ragazzo, per impedirgli di usare quella grande arma contro di lui. Ma Cloud fu più rapido e prevenì l’attacco spostando la spada di lato. Il mostro ebbe solo un attimo per vedere la lama che tracciava una traiettoria ad arco, poi le sue braccia volarono via, e un secondo colpo gli staccò la testa dal corpo, uccidendolo. Dopo quel rapido colpo, gli altri cinque si erano fermati, privati della loro sicurezza iniziale. Adesso stavano camminando lentamente, formando un ventaglio che si apriva sempre più. Capendo che volevano circondarlo, Cloud si mosse all’indietro, nel tentativo di raggiungere una parete. Ma i suoi piani furono drasticamente cambiati, quando uno di quelli afferrò da terra un tubo di ferro e corse verso di lui, agitando l’arma improvvisata con una destrezza tale che quasi non riuscì a colpire il SOLDIER, che però deviò la traiettoria del colpo all’ultimo istante. Il suo nemico riportò il tubo indietro con velocità spaventosa e tentò di colpire nuovamente Cloud, mrando allo sterno. Per fortuna il ragazzo aveva intuito quella mossa e si piegò all’indietro, sollevando al contempo la spada verso l’alto; la lama colpì il tubo, che fu trascinato da questa verso l’alto, tra sprazzi di scintille. Il mostrò ringhiò di rabbia e fece calare l’arma verso il basso; ma Cloud, proprio mentre i quattro compagni del suo nemico lo raggiungevano, approffittò del movimento per far andare verso il basso la sua buster sword. Proprio quando il tubo era a pochi centimetri dal suo viso, la lama era all’altezza dei polsi dell’avversario: Cloud spostò il busto verso destra, mentre la spada tagliava le mani del mostro, descrivendo un fendente verso sinistra. Ma Cloud non potè rallegrarsi della sua abile mossa, perché se aveva reso innoquo un nemico, altri quattro lo stavano afferrando alle braccia e alle caviglie, dimostrando una forza tale da bloccargli la circolazione. I mostri gli stavano stritolando gli arti, ma Cloud non voleva darsi per vinto, e cercava di divincolarsi. Intanto il nemico al quale aveva tranciato le mani, e che sanguinava copiosamente, si era rialzato e lo guardava con sguardo assassino. Feroce come una belva, si precipitò sul giovane, le fauci aperte gocciolanti saliva. Fu un attimo, e Cloud si sentì trafiggere da pugnali d’ acciaio alla spalla destra. I denti affondarono sempre più nella carne e raggiunsero l’osso. Cloud riuscì a non gridare, ma era anche consapevole che stava per perdere i sensi; nel caso fosse successo, non si sarebbe svegliato mai più. I cinque avversari avvinghiati a lui stavano ringhiando di gioia, ansiosi di poter banchettare con la sua carne. Ad un tratto Cloud la percepì. Era intorno a lui, permeava la palazzina, giunta da chissà quale luogo sotterraneo: la magia. Il SOLDIER la riconobbe subito. Decise di tentare la sua ultima carta, poiché non poteva raggiungere le Materie che aveva in tasca. Così si concentrò su quella magia. Alla mente gli tornarono le immagini di quel SeeD biondo, dal quale aveva visto usare quella tecnica che veniva chiamata Junction. Cloud era consapevole di non avere mai fatto pratica, di non avere con sé una Forza Guardiana, ma non poteva fare altro. E all’improvviso la magia rispose alle sue preghiere. Raggi di energia partirono dal terreno e si concentrarono nel suo corpo. Il dolore scomparve, i mostri lasciarono la presa, una luce gialla avvolse il ragazzo. La magia fermò l’emorragia alla spalla, poi cominciò a sprigionare scintille in ogni dove. Allora Cloud capì: ora che aveva risposto alla sua chiamata non voleva fare altro che essere lasciata libera di scatenarsi. E lui la rilasciò. Scariche elettriche gialle, rosse e blu si sprigionarono nella stanza, colpendo tutto ciò che incontravano, tranne il SOLDIER, che rimase fermo ad ammirare quel prodigio. I mostri invece furono colpiti più volte, prima di capire che la loro unica possibilità di salvezza era la fuga; ma la magia non sembrava intenzionata a lasciarli, e li inseguì, raggiunse e incenerì, lasciando a terra i corpi fumanti. Quando tutto fu calmo, Cloud usò la sua Materia per far rimarginare completamente la ferita alla spalla e saldare le ossa incrinate. Ovunque c’era solo fumo e puzza. Ma l’elevatore, che portava in profondità ignote, era ancora lì. Con la spada stretta fra le mani, solo dopo pochi minuti di riposo, si avviò verso il pannello di controllo. Per circa un’ora Cloud vagò per un intrico di corridoi e scale, scendendo sempre più. L’intero complesso era gigantesco, e si spingeva molto in profondità; un’immensa ragnatela di tunnel di metallo, scarsamente illuminati da lampade al Mako. Dalla scarsa sorveglianza, Cloud capì che quel luogo doveva essere sconosciuto alla maggior parte delle persone, e quindi Hojo non temeva nulla in quei luoghi. Comunque, per ben quattro volte, fu costretto a nascondersi da guardie della stessa razza dei mostri che aveva combattuto all’ingresso. Poteva sconfiggerli, ma non voleva rischiare di essere scoperto. Ora che era giunto sin lì, desiderava ardentemente scoprire cosa combinava Hojo in quei luoghi, cosa creava grazie al potere del Mako. Più il soldato avanzava, più la sua fede nella Shinra e nel Mako vacillava; qualche piano più in basso rispetto all’ingresso, trovò il primo dei laboratori sparsi per tutta la struttura, e finalmente capì. Il luogo era riempito di tubi di vetro, alcuni piccoli, altri molto più grandi; ma tutti erano pieni, contenenti creature deformi, aberrazioni, scherzi della natura, che si dimenavano e contorcevano, conducendo una vita di sofferenza, destinati a morire per la scienza. A quella vista Cloud cominciò a tremare involontariamente. Avvicinatosi potè rendersi conto appieno di quello che stava osservando; quelle creature un tempo erano uomini, e adesso stavano galleggiando in un’infusione di Mako. Sorpreso, adirato e scosso, Cloud uscì velocemente da quell’inferno. <<E’ come quella volta, cinque anni fa. Ma lei era diversa. Questi sono…..uomini mutati.>> disse a se stesso. Mentre continuava l’esplorazione, si sorprese a pensare che forse la causa della loro trasformazione era proprio il Mako. <<Forse non sono molto diversi da me.>> disse, poi scosse il capo per cacciare via quei tetri pensieri. Lui era un essere umano, non era uno di quei ‘cosi’. Ad un certo punto del suo cammino fu costretto a nascondersi nuovamente a causa dell’arrivo di due persone. Così si appiattì contro il muro, in un angolo buio nei pressi di un incrocio. Presto i due uomini che sopraggiungevano furono abbastanza vicini da permettere a Cloud di captare le loro voci. <<Allora, hai capito bene? La missione è importante, perciò fai in fretta.>> disse una. <<Scusa se mi mostro scettico, capo. Ma non credi che basteremmo noi per trovarlo?>> rispose l’altro. <<A quanto pare il problema non è solo il trovarlo. Hojo peensa che gli sia capitato qualcosa, o che abbia disertato.E se è vero, potrebbe non desiderare di tornare indietro.>> <<Capisco. Non vogliono che i soldati della Shinra rischino la vita inutilmente.>> <<Esatto. E, mi secca ammetterlo, anche noi Turk avremmo dei problemi con lui. Grossi problemi.>> <<Vista da questo punto di vista, l’idea di assoldare dei SeeD non sembra tanto male, Tseng.>> I due arrivarono all’incrocio e si fermarono. Cloud sussultò e si spinse ancor più nell’ombra. Riconobbe due uomini. Tseng doveva essere quello leggermente più basso, vestito con un elegante abito blu, i lunghi capelli neri che scendevano giù lungo la schiena. L’altro era molto strano, poiché indossava un mantello molto lungo e aveva una protesi metallica al posto del braccio sinistro. <<Bisogna cercare di capire anche i giochi politici che ci sono dietro.Un diretto coinvolgimento della Shinra in un’azione contro l’eroe di tutti sarebbe veramente mal visto. Invece, così, il presidente potrebbe riuscire a rimediare un buon pretesto per attaccare Balamb.>> disse Tseng. <<Quell’isoletta cadrebbe in pochissimo tempo.>> rispose l’uomo col mantello. <<Ma senza un pretesto la Shinra potrebbe perdere il consenso dei cittadini. E questo non se lo può permettere.>> <<Idea geniale. Immagino che non sia tutta farina del sacco del presidente.>> <<Figurati. Detto tra noi, credo che quel presidente durerà ancora ben poco. Queste idee sono state di Hojo. Probabilmente sarà lui a succedergli.>> <<Ma c’è sempre Rufus, il figlio.>> <<Non saprei. All’esterno sembra accondiscendere al padre, e mi dà l’idea di essere una schiappa in politica. Come sia in realtà, però, è tutto da vedere.>> <<Allora, io parto immediatamente. Dovrei arrivare in pochissimo tempo se uso un jet. Tanto è oggi la festa del Garden, vero?>> <<Sì, e sono ormai giorni che il presidente fa trattative sul prezzo e chiede di avere al suo servizio i migliori SeeD. Se non ci sono stati problemi, dovresti ritornare in compagnia di Squall Leonheart. Dicono che sia il migliore là dentro. Adesso ti devo salutare, Vincent.>> Vincent fece un gesto di saluto e fece per proseguire nel corridoio. Poi, voltandosi verso Tsen, disse: <<Se non sbaglio Reno ha avuto una volta il piacere di incontare un SeeD. Ed è stato sconfitto. Se un’armata di SeeD si pone a difesa di Balamb, non credi che srà difficile conquistarla?>> <<I nostri suoeriori hanno i loro piani.>> si limitò a dire Tseng. <<Ora và.>> Vincent continuò dritto, mentre Tseng si incamminò lungo il corridoio di destra. Con sollievo, Cloud, che era nascosto lungo il corridoio di sinistra, potè ripartire, mentre cercava di cogliere il significato di quella conversazione, che però gli sfuggiva. Vagò ancora per molto tempo, e più avanzava, più odiava quel posto, che gli aveva fatto crollare addosso il castello del suo credo, lasciandolo nudo, inerme, senza una sola idea su cosa fare. In effetti, al momento, ciò che più gli premeva era trovare Hojo per avere qualche risposta; nient’altro. E ad un tratto, con suo enorme sollievo, i corridoi finirono: lo avevano condotto per centinaia di metri fino ad un ennesimo laboratorio, dal quale però non si poteva uscire se non tornando sui propri passi; fu da quel particolare che Cloud dedusse di essere giunto in fondo. Il luogo aveva un aspetto ancora più sinistro di quelli già visti finora dal soldato, anche se non c’erano esperimenti in vista. In realtà l’unica capsula presente era posta al centro della stanza, e conteneva qualcosa che non poteva ricordare affatto un essere umano; dal punto in cui si trovava Cloud potè vedere che era una strana creatura che mutava in continuazione la sua forma e il suo colore, impedendogli di capire alcunchè della sua natura. Stranamente attratto, si avvicinò. Quella cosa lo affascinava, e non riusciva a capire il perché. Quando fu a pochi passi dal vetro, posò una mano su di esso e fisso intensamente il centro di quella massa informe. E sentì la voce. <<Trovalo.>> disse nella sua testa. <<Trova il Cuore del Pianeta e schiudi il suo potere. Solo così potrai ascendere e superare i limiti dell’umano.>> Sorpreso e spaventato Cloud fece un salto indietro. Il suo sguardo si spostò su tutta la stanza, prima di tornare a fissarsi sulla creatura. Mentre essa cominciava a prendere una forma più definita, la voce riprese a parlare: <<Cerca il Cuore. Permetti alla Volontà di raggiungerlo, fallo diventare Uno con il Pianeta, cosiccè possa cominciare il suo viaggio verso Dio. E alla fine avrai la tua ricompensa.>> La forma era ormai riconoscibile: adesso nel tubo c’era una donna che sembrava incosciente, bella eppur mostruosa, con la pelle azzurra e avrie escrescenze che le spuntavano ovunque, come gli orribili occhi che si guardavano famelicamente intorno, posti nei punti più disparati. Orripilato, Cloud indietreggiò: non c’era solo il ribrezzo per quella forma abominevole, ma anche un ricordo del passato che aumentava la paura; aveva già visto quella creatura. Mentre respirava affannosamente, immagini gli turbinarono in testa, e mentre la voce diventava più insistente nella sua testa, continuando a parlare del Cuore del Pianeta, della Volontà e di dio, un dolore lancinante alle tempie lo costrinse ad accasciarsi per terra; un nome, come se sussurrato da qualcuno, gli tornò in mente: Jenova. Poi la voce si ammutolì, il dolore cessò, e la cosa riprese la sua forma originaria, cioè nessuna. Deglutendo a fatica, Cloud cercò di riprendersi. Così si accorse che qualcuno stava arrivando. La sua prima reazione fu quella di rendere nuovamente salda la presa sulla spada. Poi cercò in tutta fretta di trovare un posto dove nascondersi, senza successo. Infine decise che non gli rimanere che attendere l’arrivo del nuovo nemico, che non tardò a fare il suo ingresso: era Hojo. Lo scienziato si mostrò molto sorpreso di incontrare Cloud nel suo laboratorio. Poi, riacquistata la calma, interrogò il comandante: <<Cloud Strife, se non erro. Cosa ci fa un SOLDIER nel mio laboratorio. Vuoi forse che ti potenzi ulteriormente?>> disse esibendo un sorrisetto maligno. <<Hojo, cosa stai facendo?>> chiese Cloud. <<Non lo vedi? Sto creando nuova vita, sto realizzando il soldato perfetto.>> rispose Hojo. <<Soldato perfetto? Ma siamo già noi SOLDIER i migliori. E poi c’è Sephiroth.>> <<Cloud, Cloud, credi davvero che io abbia dato il meglio di me quando ti ho creato?>> Cloud si sentì disturbato da quel termine. Certo, era stato Hojo che gli aveva pesonalmente fatto il trattamento al Mako, quando ancora era un soldato semplice, ed era stato in quel frangente che si erano conosciuti. Era grazie a Hojo se lui adesso era un SOLDIER. Ma non era stato creato, lui era un essere umano nato a Nibelheim, non un esperimento. <<Gradirei che dicessi di avermi migliorato.>> disse Cloud. <<Sì sì, quello che è. Ma vedi, i miei studi non erano ancora così evoluti, e non avevo ancora fatto alcune scoperte che hanno poi rivoluzionato la mia vita. Ora posso raggiungere il mio vero scopo.>> <<E devastare poveri esseri umani?>> urlò a questo punto Cloud, fuori di sé per la rabbia. <<Migliorare, direi io. Queste nuove forme di vita sono sempre più perfette, si avvicinano sempre di più a Sephiroth, e presto supereranno anche lui. Non trovi che ciò sia incredibile? Lui è stato il primo, e il migliore. Nei successivi esperimenti non capivo perché non arrivavo più a quei livelli, ma poi è giunta l’illuminazione.>> <<Tu sei pazzo. Noi…….noi non siamo cavie, siamo uomini.>> Hojo non rispose, ma andò vicino ad un pannello di controllo, del quale premette un tasto: <<Guardie, il comandante Cloud Strife è impazzito e progetta di distruggere tutto. E’ un soggetto pericoloso e va terminato. Venite qui immediatamente, potrebbe commettere qualche sciocchezza senza rendersene conto.>> disse in un trasmettitore. <<Ma…..ma….>> balbettò Cloud. In pochi minuti lo scienziato che aveva portato Midgar alla prosperità gli aveva rivelato la sua vera natura, e nello stesso tempo lo aveva trasformato in un criminale. <<Hojo….io credevo che tu fossi una mente al pari del professor Gast.>> disse poi. <<Ma io sonosuperiore a quel buono a nulla.>> disse Hojo con calma. <<Non finisce qui.>> Dopo queste parole, pronunciate però con poca convinzione, Cloud scappò dal laboratorio, spingendo di lato lo scienziato mentre usciva. La voce di Hojo risuonava dietro di lui, chiamando le guardie. Pochi minuti dopo luci lampeggianti di rosso e sirene acute misero sull’allerta l’intero complesso. Cloud correva a perdifiato senza sapere neanche dove andare; fuggendo aveva imboccato una strada diversa da quella dell’andata, e ora aveva perso completamente il senso dell’orientamento. Incontrò il primo drappello di guardie dieci minuti dopo l’inizio della sua fuga. Nonstante reduce da una corsa, bastarono pochi colpi per disarmare e poi stordire quei soldati semplici. Quando l’ultimo cadde a terra cloud proseguì, arrabbiato con se stesso per non aver avuto il cuore di uccidere quei soldati; erano esseri umani, certo, ma sapevano cosa faceva Hojo e lo assecondavano: questo li poneva a dei livelli inferiori rispetto agli uomini. Incontrò dopo un po’ di tempo un altro drappello di guardie, questa volta membri di quella razza orripilante che aveva incontrato all’ingresso di quell’inferno. Fu costretto a perdere molto tempo per tenere a bada e poi eliminare i quattro mostri armati di spranghe di ferro. Alla fine si accorse che quel contrattempo aveva dato l’opportunità a molti altri nemici di rilevare la sua posizione. Alla fine, preso dalla disperazione, si fiondò nella prima porta a portata di mano, solo per scoprire di essere finito in una specie di spogliatoio dove gli scienziati che lavoravano lì potevano sempre trovari camici puliti; entrò dentro un grande armadio a muro e chiuse le ante. Passò molti minuti lì dentro, mentre le guardie lo cercavano rabbiosamente. Poi li sentì allontanarsi, fino a quando l’unico rumore rimasto fu quello della sirena. Allora uscì. Proprio in quel momento, una guardia passò davanti alla porta dello spogliatoio, senza vederlo, nascosto com’era dall’oscurità. Cloud notò che sembrava non importarle dell’allarme, e la sua attenzione fu attratta dal vassoio che reggeva in mano, contenente delle siringhe e delle boccette piene di liquido. Senza una ragione precisa a parte la curiosità, si mise alle calcagna della guardia, che lo condusse per nuovi corridoi, fino ad un’area di detenzione. Le piccole e spoglie celle erano vuote, tranne l’ultima. La guardia fischiettando aprì la porta rumorosamente. <<Sveglia!>> disse in tono sarcastico. Seguì il suono di uno schiaffo. Cloud udì una voce femminile lamentarsi e si fece più vicino. <<No, vi prego. Basta.>> disse supplichevole la voce, e Cloud si accorse che era gentile e soave, nonstante fosse rotta dalla paura. <<Lo sai che non dovresti sopportare tutto questo se ti decidessi a parlare.>> disse beffardo il carceriere. Cloud fece capolino con la testa. Vide l’uomo in piedi che riempiva una siringa di un liquido verde. Seduta alla parete di fondo, incatenata, c’era una ragazza, i capelli corti e castani, gli occhi scuri, giovane e bella. Indossava una gonna bianca, e una maglia celeste, mentre legato alle braccia aveva un velo verde: i suoi abiti erano semplici e graziosi, ma ormai sporchi e laceri in più punti. <<Non so niente!>> disse la ragazza piangendo. <<Per favore, almeno un po’ di riposo.>> Guardandola, Cloud vide che il bel volto era segnato da lividi, e le braccia avevano vari buchi di aghi. Non poteva aspettare oltre; si portò dietro la guardia e la travolse con il piatto della spada, lasciandolo accasciato contro il muro, svenuto. Con pochi gesti trovò le chiavi dalla cintura del carceriere e slegò la ragazza, che stava continuando a ringraziarlo, gli occhi lucidi per la gioia. <<Ce la fai a camminare?.>> le disse Cloud preoccupato. <<Sì. Però sono molto dolorante. Non penso che resisterò per molto.>> fu la risposta. <<Dovrai stringere i denti.>> disse Cloud vagamente scocciato. Salvare quella ragazza era una cosa giusta, ma era ben consapevole che adesso aveva un carico da portarsi dietro in quella fuga disperata. Mentre stava uscendo dalla cella, una mano gli sfiorò il braccio, fermandolo. Si voltò, e vide che lei gli stava sorridendo. <<Il mio nome è Ellone.>> disse. Addolcito, Cloud rispose: <<Sono Cloud Strife, e ti porterò via di qui.>> Prendendola per la mnao la porò via. La fuga nel dedalo di cunicoli continuò. Cloud si sentiva sfinito, nonostante la sua resistenza non fosse umana. Dietro di lui Ellone ansimava e zoppicava, inciampando sempre più spesso. Capendo che la donna non avrebbe retto ancora per molto, Cloud la fece fermare in un piccolo stanzino deserto, dove lei si sedette su una sedia. <<Scusa, capisco che sia dura. Ma non vorrai che ti catturino nuovamente?>> chiese seccato. Lei riuscì a sorridergli e a parlargli, nonostante il fiato mozzo: <<Scusami!>> Improvvisamente, però, Cloud si accorse di qualcosa di strano, e decise di controllare. Con fermezza le tirò su la gonna fino all’altezza della coscia ignorando le sue proteste. Era come aveva sospettato. Le gambe di Ellone erano escoriate e ferite, piene di tagli, alcuni ancora aperti. La caviglia destra era paurosamente gonfia e scioccamente Cloud non si era accorto che stava camminando scalza. Mentre lui si alzava osservandola con tristezza, lei si affretto a nascondere le gambe. <<Che bastardi.>> disse sommessamente Cloud. <<Deve farti molto male.>> <<Non sono cose che ti riguardano.>> disse Ellone, puntando gli occhi a terra, cercando invano di ricacciare indietro le lacrime e di trattenere i singhiozzi.. cloud si limitò a metterle le mani sulle spalle, portando la sua faccia all’altezza di quella della ragazza. <<non succederà più.>> disse. Poi si girò. <<Sali!>> disse. Ellone lo guardò stupita. <<Non posso curarti perché altrimenti mi consumerei troppo, ma usciremo di qui. Sali in spalla e tieniti stretta; ho bisogno di una mano libera per reggere la spada. Dopo un attimo di esitazione Ellone fece come le era stato detto e presto si trovò a sfrecciare per i corridoi in spalla a quel biondo cavaliere, sempre prendendo le scale che salivano, verso l’alto, verso l’uscita. Cloud corse come non aveva mai fatto in vita sua, salendo i gradini delle scale due a due, evitando le truppe di pattuglia con maestria, e cercando nel contempo di far subire ad Ellone il minor numero di scossoni possibile. Con la destra reggeva la buster-sword, con la sinistra teneva Ellone, e il sangue della donna che gli colava sulla pelle spegneva in lui ogni traccia di pietà che avesse potuto provare per i nemici, dandogli al contempo nuove energie quando pernsava di crollare. Arrivarono all’ascensore e poi all’interno della palazzina. Cloud notò che i rumori della base non si sentivano da là sopra. Davanti all’ultima porta prima della libertà c’era uno di quei mostri animaleschi. Cloud non si fermò nemmeno. Sentiva Ellone piangere sulle sue spalle: alla vista di quella creatura, il ricordo delle torture subite era tornato vivido in lei. Quel rumore fece nascere in Cloud nuova forza, e la buster-sword lacerò vestiti, carne e ossa. La guardia cadde tagliata a metà, all’altezza della vita. Cloud sfondò la porta con un unico poderoso colpo, e la notta di Midgar li accolse tra le sue braccia, coprendo la loro fuga con un manto di oscurità. Mentre correvano per i vicoli bui, Ellone alzò il capo e vide il cielo sporco che assumeva una strana tonalità di colore, annunciando l’arrivo del sole. Non sapeva cosa le riservava il futuro, ma aveva una missione da compiere. Purtroppo essa era stata interrotta ancora prima di cominciare e ora si sentiva perduta. Ma poi decise che non era il momento di pensare al futuro, e si concentrò sul presente, posando la testa sulla spalla del suo misterioso salvatore. Furono pochi attimi, e si addormentò.
CONTINUA...
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