Il Cammino Del Guerriero
di Van

Nota Preliminare

Quello che mi accingo a scrivere è un racconto su Final Fantasy. Ho deciso di scriverlo poiché FF7, FF8 e FF10 sono tre giochi che io trovo grandiosi, come del resto tutta la saga, e mi è venuta in mente questa idea. La storia è inventata da me, ma ho inserito i personaggi dei tre episodi e, sebbene abbiano vesti e ruoli leggermente differenti, ho cercato di fare in modo che richiamassero alla mente i giochi a cui mi ispiro. Stessa cosa per il mondo in cui è ambientata la storia e le situazioni che i protagonisti si troveranno a vivere. Spero vi piaccia. Ah, per i nomi ho usato quelli delle versioni in inglese.
Van

Nota sul Copyright
Se proverete a copiare qualsiasi cosa di questo racconto, vi perseguiterò per il resto dei vostri giorni.
Vi ruberò il cibo dal frigorifero di notte, aprirò i rubinetti dell’acqua per allagare la casa, farò sparire i vostri fratellini e sorelline (…..ah no, così vi faccio un piacere!)…….vi manderò mio fratello in casa (questa sì che è una punizione) e metterò il vostro gatto in lavatrice quando meno ve lo aspettate. Non avete il gatto? Ci metto la mamma.

Post Nota: Penso che aggiungerò anche altri cose di altri Final Fantasy, ma è tutto da vedere. Per altro non li ho giocati tutti, e certe informazioni sono solo ricavate da Internet. Perdonate eventuali errori.

PARTE PRIMA

PROLOGO

Gli alberi si aprirono all’improvviso e la figura solitaria potè ammirare davanti a sé l’immensità della Grande Distesa. L’uomo era molto alto e portava un lungo mantello nero con cappuccio; questo era talmente ampio che nascondeva sia il volto dell’uomo, sia i suoi abiti. Certo, in quei territori si incontrava poca gente, ma desiderava che i pochi che per caso avesse incontrato non lo riconoscessero. Dopo tutto cosa avrebbero pensato a vederlo andare in quei luoghi? Se lo avessero scorto la voce si sarebbe sparsa in fretta e i suoi superiori avrebbero scoperto cosa stava facendo; e questo non poteva permetterlo. 

La Grande Distesa era un territorio desertico, piatto per centinaia e centinaia di chilometri, costellato solo da rocce erratiche, fenditure nel terreno, sabbia. C’erano solo due cose degne di nota in quei luoghi che ricoprivano tutta la parte centrale del continente: la Torre di Cristallo e la Città di Gongaga. 
Gongaga era uno squallido centro urbano sperduto da qualche parte nel deserto, un luogo di accattoni, malviventi, sgualdrine, ricoperto dalla polvere depositata da centinaia di tempeste di sabbia, dove la legge che vigeva era quella del più forte. La maggior parte della gente viveva in baracche di lamiere e l’unica attività veramente importante che ci fosse era il mercato nero.
La Torre di Cristallo, invece, era qualcosa di diverso, che andava oltre la comprensione umana. Era alta almeno trecento metri e si poteva vedere da lontanissimo. Non si sapeva chi l’avesse costruita nè per quale ragione. L’unica cosa che si sapeva era che c’era sempre stata e che, stranamente, non vi era un modo per entrarvi.
L’uomo incaoppucciato sorrise ripensando alla torre, mentre i suoi piedi calpestavano già la sabbia e gli alberi si allontanavano alle sue spalle. Ma quella non era la sua destinazione, per ora. Prima doveva andare a Gongaga.

Nel frattempo, molto più a nord, nella grande città tecnologica di Midgar, nel Palazzo Presidenziale della Corporazione Shinra, stava per avvenire una riunione di tutto il corpo manageriale della società. Reeve, assegnato al Progetto di Sviluppo Urbano, stava osservando l’immensa megalopoli dalla finestra del suo appartamento al sessantunesimo piano. Davanti a lui una distesa di palazzi e luci, treni che fischiavano, grattacieli, automobili, aeromobili, fumo, smog. E i reattori.
<<E’ permesso?>> Reeve riconobbe la voce e fece una smorfia di disgusto.
<<Entra pure…Hojo.>>
<<Sbaglio o c’era del disprezzo nella tua ultima parola?>> disse Hojo aprendo la porta e avvicinandosi a Reeve. I due erano proprio diversi. Da una parte Reeve, ben vestito, alto, con un pizzetto veramente ben curato. Dall’altra uno scienziato, vestito con un camice sporco sotto al quale si notavano abiti scialbi, capelli mal curati con ciuffi ribelli ovunque, un po’ ingobbito, e un’espressione cinica costantemente presente dietro i suoi occhiali.
Reeve si era girato appena. 
<<Allora, cosa sei venuto a dirmi?>>
<<Oh, niente di importante….cioè, niente di relativo al lavoro. Ho solo pensato che potevamo ingannare l’attesa conversando un poco, visto che anch’io devo partecipare alla riunione.>>
Certo che ci avrebbe partecipato, pensò Reeve. Hojo era il capo del Progetto per lo Sviluppo delle Nuove Scienze, il proseguitore delle opere del grande Gast, morto in circostanze misteriose alcuni anni prima. Tutta la nuova tecnologia basata sul Mako era stata inventata da quell’uomo geniale. E l’unico che avesse mai capito esattamente le sue teorie era quell’altro uomo geniale che ora si trovava nel suo appartamento.
<<Non vedo il motivo per rifiutare.>> disse poi.
Hojo arrivò al suo fianco, di fronte alla vetrata.
<<Magnifico, non è vero?>> disse.
<<Sì……certo.>>
<<Non ne sembri molto convinto.>>
<<Lo sai bene, non ne sono MAI stato convinto.>>
<<Ma perché? Come puoi essere così ostinato. Guarda cosa ci ha dato il Mako. Laggiù milioni di persone vivono grazie ad esso.>>
<<Sì, certo, ma si viveva anche prima del Mako, quando c’erano l’elettricità, e l’energia atomica.>>
<<Sembra di sentire uno di quegli stupidi di Dollet, laggiù, in quel continente retrogado.>>
<<Non sono diversi da noi. E Esthar, a nord del loro continente, è ancora più sviluppato. Senza avere il Mako.>>
<<Certo>> sbottò Hojo. <<Hanno aereomobili, palazzi, legge, come noi. Ma il Mako è di più. Hanno forse il nostro esercito? Hanno forse il controllo sulla materia e sull’energia come lo abbiamo noi? Possono scatenare tempeste di fuoco solo con un fucile? Possono conferire ad un uomo il potere di superare i suoi limiti? No, io non credo.>> disse infine scuotendo la testa.
<<Certo, abbiamo questo potere…ma perché? Da dove arriva il Mako? Non lo sappiamo. E che effetti può avere usato a lungo? Non lo sappiamo. Ricorda Hojo; tu stai giocando con una forza che potrebbe distruggerci tutti.>>
Hojo era ormai arrabbiato.<<Basta con queste panzane. Meno male che non si doveva parlare di lavoro. Ci vediamo tra mezz’ora>> e se ne andò sbattendo la porta. 
Reeve si voltò nuovamente per osservare la città e sospirò.

CAPITOLO 1

Le loro armi si incrociarono nuovamente. I due combattenti rimasero un istante a fissarsi, poi quello più alto dei due sorrise maliziosamente e premette il grilletto. In un istante Van si trovò catapultato all’indietro da un’esplosione di energia sprigionata dal maestro. Per un attimo calò la spada, mentre col braccio destro si toglieva il sudore dalla fronte. L’altro non attese; dopo aver puntato una mano guantata verso il ragazzo, fece sprigionare dal palmo aperto una piccola sfera di fuoco che si infranse sull’arma di Van, facendola volare a qualche metro di distanza. Il giovane non ebbe neanche il tempo di meravigliarsi, che quello gli era già dietro, la lama della gunblade che gli sfiorava la gola. 
<< Mai distrarti!>> disse Seifer nell’orecchio di Van.

Il sole stava calando, tingendo di rosso la terra arsa e nuda della Grande Distesa. In lontananza, a nord, le luci di Gongaga. Van aveva già acceso il fuoco e stava scaldando della carne in padella, ovviamnete comprata al mercato nero. Seifer, un ragazzo sui vent’anni, capelli biondi tagliati molto corti, una faccia perfettamente liscia, due occhi di ghiaccio, e una cicatrice tra gli occhi che gli scendeva lungo la parte desra del naso, era seduto su una panca di legno. Dietro di lui la baracca in lamiera che per due anni gli aveva fatto da casa. Indossava ancora il suo impermeabile, che riusciva a tenere intero nonostante gli allenamenti di Van e gli scontri violenti durante le visite alla città. Al suo fianco la sua fedele gunblade, compagna di molte battaglie, una spada che al posto di un’impugnatura classica aveva quella di una pistola, con grilletto e proiettili; la pressione del grilletto, quando l’arma era carica, permetteva alla lama di generare dell’energia che aumentava a dismisura il potere d’attacco del colpo.
Van aveva ormai finito di cucinare. Prese due piatti e vi mise una fetta di carne, poi si sedette in terra.
<<Che fai, non vieni a mangiare?>>
<<Arrivo.>> fu la risposta di Seifer, che subito si alzò e andò a sedersi davanti al ragazzo.
<<Come sono andato oggi, Seifer.?>>
<<Non male, non male. Ma devi ricordarti che la distrazione, in una situazione reale, potrebbe costarti la vita.>>
<<Scusa, hai ragione.>>
<<Per il resto, le tue tecniche sono alquanto migliorate. Per altro combatti con una spada più grande del normale.>>
<<Certamente, altrimenti non potrò mai diventare il migliore. Combattere con uno spadone mi farà diventare fortissimo. Allora, potrò, no, potremo lasciare questo buco.>>
Seifer lo fulminò con lo sguardo.
<<Potremo? Razza di moccioso, ricordati che IO sono qui a tempo indeterminato. Se domani mi venisse voglia di andarmene, lo farei senza voltarmi indietro.>>
<<S-sì…..scusa.>>
Il silenzio era calato. Van fissava il suo mentore coi suoi occhi marroni, ripensando a un episodio accaduto due anni fa. Lui aveva quindici anni. Era sempre vissuto in quella baracca di lamiere, fin dal giorno in cui i proprietari lo avevano trovato in fasce tra i rottami di un aereo. Non sapevano come fosse sopravvissuto, ma lo presero con lui. Erano povera gente, ma onesti; non si erano lasciati prendere dall’atmosfera di violenza di Gongaga, e se ne stavano in disparte, frequentando la città solo le volte che era necessario. Lo chiamarono Van, e lo educarono. Poi, quando lui aveva dodici anni, andarono a Gongaga, e non tornarono più. Van scoprì che erano stati coinvolti in una sparatoria e uccisi. Il suo dolore per i suoi genitori adottivi era stato qualcosa che con difficoltà era riuscito a superare. Per un certo periodo di tempo aveva anche rischiato di venir trascinato dalla spirale di violenza di quel luogo, ma era riuscito ad uscirne, con una nuova determinazione e coraggio. Quell’evento gli aveva fatto fare la sua scelta. Si sarebbe allenato, duramente, senza fine; avrebbe imparato l’arte del combattere, avrebbe fortificato i suoi muscoli, sarebbe diventato come il Grande Sephiroth, anzi, l’avrebbe superato.
E poi, due anni fa, era accaduto quell’evento.
Van stava tornando da un viaggio durato una settimana, carico di provviste che aveva comprato al campo nomade Zeyam. C’era stata da poco una tempesta di sabbia. Ma, sebbene fosse ricoperto di polvere dalla testa ai piedi, Van capì che era un uomo e andò a soccorrerlo. Fu così che portò a casa Seifer, con le provviste e la strana arma che stringeva in mano e che non si decideva a mollare anche se era incosciente. Fu così che imparò a conoscere quel ragazzo che aveva due anni più di lui, i suoi scatti d’ira, la sua determinazione, ma anche la sua tristezza. Perché, anche se non ne parlava, c’era della malinconia negli occhi di quel giovane, che aveva deciso di rimanere con Van fin quando gli pareva, al prezzo di insegnare al giovane a combattere con la spada.
Van aveva finito la carne, e vide che anche Seifer aveva il piatto vuoto.
<<Ne vuoi ancora?>> chiese mentre si serviva.
<<Guarda che ho le mani. Se ne voglio me la prendo.>>
<<Va bene.>> disse Van accennando un sorriso. Seifer era sempre Seifer.
<<Cosa c’è!>> grugnì lui di rimando, mentre metteva dell’altra carne nel piatto.
<<Niente, niente.>> si affrettò a dire Van.
E poi, mentre masticava silenziosamente, si ritrovò a fissare il suo maestro. Maestro. Sì, era quello che Sifer era diventato per lui. Un maestro. E un amico. Tra i due si era venuto a formare un rapporto che non aveva bisogno di parole, ma c’era; era fiducia, era sacrificio, era voglia di impegnarsi a migliorare, insieme. Anche se Seifer non avrebbe mai ammesso di essere suo amico. Ma nonostante ciò, dopo vari tentativi, Van era riuscito a farlo aprire un po’ sul suo passato. Aveva saputo così che egli veniva da Balamb, un’isola a ovest del continente, di cui Van non aveva mai sentito parlare. Egli aveva fatto parte dei SeeD, un corpo di guerrieri mercenari. Poi se ne era andato (Van non era mai riuscito a farsi dire il perché) e aveva raggiunto Midgar, la grande megalopoli a nord, dalla quale la Shinra controllava tutto il continente. Là era stato un mese, ma si era messo nei guai con la legge ed era fuggito. Poi era arrivato a Gongaga.
<<Io ho finito, vado a dormire.>> Detto ciò Seifer si alzò e andò a sdraiarsi sulla panca. La Grande Distesa era un luogo molto caldo e secco, e non c’era una grande escursione termica tra il giorno e la notte; dormire all’aperto non era poi così strano in un luogo come quello.
Come al solito Seifer aveva lasciato a Van le ultime faccende da sbrigare. Spegnere il fuoco e raccattarne le ceneri, che potevano servire, portare via i rifiuti, mettere a posto le cose usate durante il giorno.
Van aveva ormai finito quando Seifer, con gli occhi già chiusi, e col suo solito tono disse:<<Ricordati che domani ti devi svegliare presto. Devi andare a Gongaga a portare i rifiuti e a cercare di vendere qualcosa. Prova a rimediare qualche pila e magari del cibo più buono.>> 
<<Certo.>> fu la rapida risposta di Van.
Poi Seifer non parlò più e il suo respiro divenne regolare. Anche Van andò a dormire.

Il sole era ancora basso all’orizzonte, ma faceva già molto caldo. Van era ormai arrivato alla città. Davanti a lui c’erano solo baracche, rifiuti metallici ricoperti di polvere, case in muratura che sembravano prossime al crollo; non una sola abitazione superava i tre piani in altezza. Per un attimo, mentre stava entrando nella cittadina, Van colse un lontano bagliore ad est; sapeva cos’era: la Torre di Cristallo, sulla quale circolavano molte strane leggende.
Ormai si era inoltrato nella città, e presto iniziò a raggiungere le zone più affollate. Non era certo un bell’ambiente. La zona del mercato nero era completamente ricoperta di tende e baracche, e ovunque gente cercava di vendere le cose più disparate. Le persone che frequentavano la cittadina erano tutti poco di buono , spacciatori, commercianti senza scrupoli, briganti, prostitute. 
<<Ehi ragazzino, ti vuoi divertire?>> Van non rispose neanche. Era abituato a quel genere di proposte e, il fatto che fosse mattina, non lo stupiva più di tanto: a Gongaga la vita era sempre la stessa, sia di giorno che di notte. In fondo, a chi importava? Un luogo così sperduto, nel bel mezzo del niente, non era certo un luogo che sarebbe interessato a chicchessia. Anche le truppe Shinra non bazzicavano in quella zona. La corporazione aveva altro a cui pensare, e luoghi più lucrosi nei quali far rispettare la legge. Gongaga non era niente.
<<Ehi, ne vuoi un po’? Prezzo di favore perché sei giovane e so che non puoi permetterti tanto.>>
Questi erano i più odiosi. Van si girò verso il pallido uomo che gli si era affiancato; si accorse subito dello sguardo perso, della magrezza e dei lievi tremori del corpo.
<<Tu sei fatto….vattene.>>
<<Ti piacerà! Sono solo 200 Gil.>>
<<Ho detto vattene. Io non prendo quella roba.>>
<<Oh, ma questa non è la solita, è nuova…….”Mak 0” si chiama, ed è fantastica. L’uomo fece vedere a Van un pacchettino trasparente con dentro della polverina verde brillante. Van era stupito; non aveva mai visto niente del genere. Ma era pur sempre droga, e lui non la voleva.
<<Vattene.>> ripetè, questa volta mettendo una mano sulla grande spada che gli pendeva dietro la schiena, nel suo fodero di pelle. 
<<Va bene, va bene. Ma non sai cosa ti perdi.>>
E detto ciò se ne andò. Van perse qualche attimo per sistemarsi la giacchetta di jeans, poi riprese a camminare. 

Proprio mentre Van rifiutava la droga, Seifer si svegliava. Il ragazzo rimase qualche minuto sdraiato, a fissare il cielo. Aveva sognato, un sogno che non gli era piaciuto. Nella sua mente, era tornato al Garden, a qualche anno prima, quando si allenava con lui, l’unico altro esperto di gunblade al mondo. I due erano uguali ma opposti, grandi rivali. I loro allenamenti si trasformavano spesso in sfide e non mancavano certo i colpi duri. Seifer si tastò la cicatrice. <<Perché sei rimasto…..>> disse a una persona che non era lì.

Van era già riuscito a racimolare vari oggetti, tra cui due pile, una piccola batteria ricaricabile e qualche pezzo di carne che aveva un aspetto molto invitante. Inoltre aveva ottenuto un centinaio di Gil che potevano essere comodi per il futuro. Decise che prima di continuare avrebbe bevuto qualcosa; era ormai quasi mezzogiorno e il sole picchiava. Alla sua destra, lungo la via principale, c’era un edificio alto tre piani, in ferro e mattoni, grigio come tutte le case di quel luogo. Ma un’insegna luminosa era appesa sull’ingresso. Era l’unico bar di Gongaga, ed era anche piuttosto famoso. Per gli standard della cittadina era tenuto bene. Ovviamente questo perché il proprietario non serviva solo da bere ai passanti, ma era invischiato in un’altra serie di azioni illecite, quali spaccio, prostituzione, asilo per banditi e fuorilegge in genere, estorsioni, tasse sul commercio nella zona, furti, rapine. Ma se uno entrava e pagava, gli servivano tutto ciò che voleva. E Van era vissuito troppo in quei luoghi per fare il moralista. 
Così senza pensarci due volte il ragazzo attraversò la strada ed entrò. Davanti a lui si presentò un locale scuro, gremito di gente. I tavoli erano tutti pieni. Van notò molte facce conosciute, ma ovviamente anche un sacco di forestieri. Alcuni avevano un aspetto davvero losco. Uno era seduto ad un tavolo da solo, bevendo alcolici a non finire. Un altro sembrava essere un soldato in congedo in cerca di compagnia. Un altro ancora, solo in un angolo buio della stanza, era coperto dalla testa ai piedi da un mantello con cappuccio nero che nascondeva completamente la sua fisionomia; Van lo guardò per qualche istante, stupito che non sentisse caldo. Lui aveva solo pantaloni e giacchetta di jeans e stava sudando copiosamente. 
Il giovane andò al bancone. 
<<Salve Van, ancora giri con quell’affare sulla schiena?>> disse Al, il barista.
<<Lo sai, bisogna sempre essere pronti a tutto.>>
<<Ma dai.>> Un uomo corpulento si era avvicinato dalla sua destra.
<<Secondo me non riusciresti neanche a tenerlo dritto una volta estratto dal fodero. Guarda come sei affaticato. Non c’è bisogno di stancarsi per fare un po’ di scena.>> Van non si scompose nemmeno. In una frazione di secondo la sua mano destra si era mossa, e ora lui stava col braccio teso, la spada sollevata senza il minimo sforzo, la lama puntata verso la gola dell’uomo.
<<Dicevi?>>
<<Io non dicevo assolutamente niente, scusami.>> Mentre l’uomo si allontanava sotto gli sguardi divertiti di tutti, Van rinfoderò la spada e iniziò a bere la limonata che gli era stata versata.
<<Somigli sempre di più a quel Seifer.>> disse sorridendo Al.
<<Chissà.>> rispose Van, e riprese a sorseggiare la limonata.
Quando ebbe finito, Al venne a prendere il bicchiere. Poi, sporgendosi più vicino, sussurrò:<<Sicuro che non ti andrebbe di lavorare per Don Corneo? Sei forte, giovane, in salute. Saresti un mercenario perfetto. Corneo ha bisogno di gente come te, e a Midgar potrebbe farti fare una fortuna. Io posso mettere una buona parola e farti avere un passaggio su una delle carovane.>>
<<Lo sai Al, non sono ancora deciso. Non credo che sia questo ciò che voglio. Ci devo ancora pensare.>>
<<Incredibile.>> sbuffò Al.<<Un ragazzo come te, con tutto quel potenziale, che spreca se stesso in un posto del genere. Per altro sei onesto. Si vede proprio che Gongaga non è la città per te.>>
<<Ci penserò, d’accordo?>> disse Van un po’ spazientito.
<<Fammi sapere.>> disse Al.
A quel punto Van decise che si era attardato anche troppo e fece per uscire.

Ma prima che potesse muoversi, un uomo entrò correndo nel bar.
<<Ehi venite a vedere che tipi sono arrivati. Non ci crederete mai.>>
La voce dell’uomo era così eccitata, che subito la maggior parte delle persone uscì. Van seguiva, lentamente.
In strada si era assiepata una piccola folla per guardare quella strana macchina. Aveva due posti, e un aspetto sconquassato. Il sedile di dietro era stato tolto per fare spazio a cianfrusaglie varie. Ma la cosa più strabiliante erano i due rotori da aereoplano montati dove un tempo c’era il bagagliaio. L’auto aveva vari disegni di donne sia sulle portiere ammaccate che sul cofano. Due uomini la guidavano.
Il conducete era un vecchio magro, con capelli corti biondi, barba mal rasata e degli occhiali da aviatore in testa. Fumava una sigaretta e, a giudicare dal portacenere pieno di mozziconi posato vicino al volante, doveva essere una cosa che faceva molto spesso.
L’altro, in piedi al suo fianco, era un giovane con un soprabito marrone e un cappello da cow-boy. I suoi occhi azzurri si guardavano intorno sicuri, mentre muoveva lentamente la testa, scuotendo i lunghi capelli castani legati in una coda.
<<Che bella cittadina, nevvero Cid?>> disse adocchiando delle ragazze.
<<Sì come un dito in……pah>> e soffiò via una nuvoletta di fumo.
<<Non devi essere sempre così duro verso i posti che incontriamo.>>
<<Io sono duro perché ho fame, capito, FAME! E tu ti sei giocato tutti i nostri soldi, l’altro giorno, da quei nonmadi.>>
<<Eddai, non te la prendere, ora siamo a Gongaga. Guarda che bel locale, tutto per noi.>>
Poi, rivolto alla gente intorno:<<Forza, dateci tutti i vostri averi. Poi io e il mio amico abbiamo voglia di cibo e alcolici. E magari un po’ di compagnia.>> Dicendo ciò lanciò uno sguardo seducente ad una bella ragazza lì vicino, che arrossì chinando lo sguardo. Van notò che pareva felice di quella proposta; effettivamente sembrava che il nuovo venuto esercitasse un suo fascino sulle ragazze che lo stavano osservando.
Van si accorse all’improvviso di quattro energumeni sporchi in canottiera che si fecero largo tra la folla e arrivarono a pochi passi dall’automobile. Quello più grosso, che sembrava il capo, prese la parola:<<Senti marmocchio. Che ne dici di portare il tuo culo fuori di qui il più presto possibile. Magari potresti andare ad appartarti col tuo amichetto. Deve essere una bomba a letto.>>
E tutti i quattro, più molti dei presenti scoppiarono a ridere fragorosamente. Mentre l’uomo chiamato Cid scendeva lentamente dalla macchina, il suo giovane amico rise con loro.
<<Molto divertente.>> disse poi, proprio mentre Cid era giunto al suo fianco, un arpione lungo più di due metri nella mano destra, uno sguardo assassino. Van era molto esperto di queste cose; presto sarebbe scoppiata una rissa, e forse si sarebbe versato del sangue. Entrambi i gruppi erano formati da poco di buono ed egli non si sentì in diritto di intervenire; non gli importava di loro. Si allontanò e salì su delle casse lì vicino per godersi lo spettacolo, comodamente seduto.
Vedendo che l’avversario non reagiva, il gigante di due metri stava incominciando ad irritarsi:<<Senti bamboccio, noi stiamo cercando di essere bravi, e tu non vuoi proprio andartene. Dobbiamo usare le cattive oppure ascolti il nostro consiglio….bambina?>>
L’altro non si scompose. Con un balzo fu fuori dalla macchina e si tolse il cappello agitandolo in aria in modo molto teatrale. <<Io sono Irvine Kinneas!>>urlò. Poi, mentre si calcava nuovamente il cappello in testa:<<Vi ho dato la possibilità di andarvene e lasciare me e il mio amico in pace, ma voi niente. Cid, mi sa che questi bei tipi abbiano bisogno di una lezione.>>
Cid annuì con un sorriso terribile. Poi fece roteare l’arpione.
Van si sistemò meglio; ormai stavano per incominciare. La folla si era leggermente allontanata da quei sei e aspettava ansiosa il primo colpo; era arrivato a Gongaga un bel passatempo. Van si accorse che dal bar era anche uscito lo strano uomo incappucciato, e si era fermato ad osservare anche lui. Poi l’energumenno pelato scattò in avanti con un coltellino pronto a colpire, mentre i suoi tre compagni lo seguivano dietro. Fu un attimo. Irvine Kinneas si spostò di lato e gli fece lo sgambetto, facendolo finire nell’automobile. Intanto Cid fece un passo in avanti e, dopo aver bloccato le braccia dei due subito dietro con l’arpione in orizzontale, fece ruotare l’arma con tale forza da ricacciarli all’indietro, sull’ultimo del gruppo: uno dei due perdeva sangue dal naso, mentre il polso sinistro dell’altro era slogato. 
Van sgranò gli occhi, mentre un mormorio si levava dalla folla: quei due non erano solo dei palloni gonfiati. 
Rialzandosi faticosamente il capo dei farabutti urlò:<<Ehi brutti idioti, cosa fate lì fermi! Prendete i bastoni. Forza!>> Irvine si girò verso di lui con un ghigno. <<Ciao ciao.>> disse puntando una mano aperta verso di lui. Poi una folata di vento fortissima, sprigionata da Irvine, sbalzò l’uomo dall’auto e lo fece cadere rovinosamente dall’altra parte della strada. Tutti esclamarono stupiti. Van si alzò in piedi, esterefatto. Quell’Irvine Kinneas aveva usato la magia, ne era sicuro. Quei due non erano persone normali. Erano forti, veloci, controllavano la magia. 
Intanto Cid, con poche abili mosse, aveva messo al tappeto i tre e si stava accendendo una sigaretta.
<<Uff, mi hanno fatto impolverare. Allora, andiamo a prenderci quello che ci spetta.>> disse il suo compagno.
Cid sorrise:<<Certo, non vedo l’ora di mangiare del buon cibo.>> 
Ma ad un tratto un colpo fortissimo esplose nell’aria. Il pelato si era rialzato e aveva estratto una pistola. <<Kinneas!>> urlò.<<Il primo colpo era verso l’aria, ora tocca a voi due. Come hai osato ridicolizzarmi così!>> L’uomo, schiumante di rabbia, puntò la pistola verso Irvine.
Questi non si scompose minimamente.
<<Avanti spara.>> disse con una calma tale da stupire tutti i presenti.
Dopo un attimo di esitazione, il pelato disse ancora <<Tu sei pazzo.>> e sparò.
Il colpo esplose e Van era certo che Irvine Kinneas sarebbe morto. Ma ciò non accadde. Nello stesso momento del colpo si sentì una spece di altro rumore, come di tori alla carica. In un secondo tutto finì. Irvine e Cid erano in piedi, tranquilli, dei sorrisi inquietanti in volto. E intorno a loro si muoveva qualcosa di nebuloso, che talvolta prendeva una forma, prima di dissolversi in fumo, o stirarsi, o cambiare di nuovo fisionomia. A Van sembrava di vedere due tori che roteavano intorno ai due uomini. Poi sparirono. Allora Irvine estrasse un fucile con canna doppia e, tenendolo ritto nella mano destra, sparò. Ci fu silenzio.
<<Andiamo.>> disse Irvine ed entrò nel bar, seguito da Cid.
Dopo poco dall’interno provenne un urlo arrabbiato:<<ABBIAMO SETE!>>
<<A-arrivo subito!>> esclamò il barista Al, precipitandosi dentro. Poi la maggior parte delle persone decise di allontanarsi da quel luogo.
Van fissava il cadavere dell’energumeno, attonito. Ma non era la vista della morte a stupirlo; era ciò che era accaduto, quello che aveva visto. Irvine Kinneas aveva usato la magia e poi era stato protetto da qualcosa. Qualcosa che sembrava……
Van scosse la testa, non poteva essere. Poi si accorse che nel luogo dell’accaduto era rimasto soltanto l’uomo incappucciato, che lo stava guardando, nonostante il suo viso fosse in ombra. 
Van si sentiva a disagio. Poi, non potendo più resistere, disse:<<E tu che hai da guardare!>>
L’altro, per tutta risposta, si voltò e rientrò nel bar.

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